Come muore la libertà di stampa, il caso Index in Ungheria

Il sito di Origo una volta scriveva degli abusi del potere, come le spese ingiustificate di denaro pubblico che un alto esponente della destra di Viktor Orban sosteneva durante i suoi viaggi segreti all’estero. Non era roba che potesse piacere al nuovo ordine ungherese. Il bavaglio non è arrivato né con arresti indiscriminati sulla base di reati infamanti o di omicidi eccellenti (vedi alla voce Putin), ma con un banalissimo passaggio di mano di quote di proprietà fino a che il sito web indipendente è finito nelle mani della famiglia dell’ex ministro delle finanze di Orban. Tutto pulito, tutto in ordine. Così oggi Origo viaggia nell’orbita del potere e pubblica solo quello che l’uomo forte di Budapest vuol sentire.

Manifestazione di solidarietà con la i giornalisti di Index

Index, principale sito di informazione ungherese, è destinato a fare la stessa fine. E con lo stesso metodo che ha portato alla sparizione virtuale di pressoché tutte le voci indipendenti o d’opposizione in Ungheria – paese membro dell’Unione Europea, vale la pena di sottolineare. Un imprenditore vicino al premier sovranista, Miklos Vaszily, ha acquistato una partecipazione del 50% nella società editrice alcuni mesi fa. Vaszily è già proprietario del canale filo-governativo Tv2 e ha avuto un ruolo anche nella trasformazione di Origo in un sito addomesticato. Il suo è un metodo rodato.

Il direttore licenziato

Credenziali sufficienti per far suonare il campanello d’allarme al direttore di Index, Szabolcs Dull, che per aver denunciato i rischi mortali per l’indipendenza della testata è stato messo alla porta giovedì scorso. Lo ha seguito in segno di protesta quasi  la totalità della redazione e dello staff: 74  giornalisti e tecnici che si sono dimessi in blocco decisi a difendere la libertà di stampa. O quanto meno la propria promessa di non fare sconti al potere e di mantenere la propria indipendenza Cosa non facile in un paese che si piazza all’89° posto su 180 nella classifica mondiale sulla libertà di stampa stilata da Reporters without borders.

Lacrime in redazione

“Quando Orban arrivò al potere nel 2010 il suo intento era di eliminare il ruolo della stampa come controllore dell’operato del governo – ha raccontato al New York Times Attila Mong, ex anchorman della radio pubblica -. Voleva un regime che mantenesse la facciata delle istituzioni democratiche ma che non operasse in modo democratico. E la libertà di stampa non calzava con il quadro”.

Attualmente quasi tutti i media regionali fanno parte dell’impero mediatico che gravita intorno al partito di governo Fidesz. E Index è destinato alla stessa parabola già percorsa da altri media ungheresi, a dispetto delle assicurazioni del suo editore che garantisce che la testata manterrà la sua indipendenza politica.

Per ora la redazione fuoriuscita da Index – punto di riferimento soprattutto per i giovani – ha deciso di continuare via Facebook, ben sapendo che non sarà facile resistere sul piano economico. nonostante la solidarietà manifestata in piazza da migliaia di persone a Budapest. “La pressione economica non dovrebbe tradursi in pressione politica”, ha detto Věra Jourová, vicepresidente della Commissione europea responsabile del coordinamento delle politiche sui valori e la trasparenza, in un messaggio di solidarietà a Index, in cui si riferiva più in generale al rischio che le difficoltà finanziarie dei media aggravate dalla pandemia possono rappresentare per la sostanza della democrazia.

Viene da pensare oggi all’esultanza di Orban dopo il Consiglio europeo sul Recovery fund per le conclusioni sfumate sul rispetto dello stato di diritto, come condizione per l’accesso ai fondi del Next generation, rispetto alle aspettative della vigilia. “Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza del rispetto dello Stato di diritto”, si legge nelle conclusioni, che fanno riferimento a “un regime di condizionalità a tutela del bilancio e di Next Generation EU”. In caso di violazioni, la Commissione potrà proporre delle misure che poi dovranno essere adottate dal Consiglio a maggioranza qualificata. C’è margine di interpretazione e di trattative, tanto che nello stesso documento di specifica che “il Consiglio europeo ritornerà rapidamente sulla questione”. E sarà il caso di farlo guardando alla sostanza e non solo al rispetto formale delle regole base della democrazia. Le democrature questo vizietto ce l’hanno nel dna.