Indennizzi pesanti e contratti brevi
in Parlamento Jobs act alla prova

Ultime battaglie attorno al destino dei precari, mentre il 2017 si sta chiudendo.  Sono tanti gli aspetti in discussione, presenti nella legge di bilancio in Parlamento.  Il tentativo estremo è quello di correggere il Jobs Act,  ovvero quelle norme che avrebbero dovuto aprire per il lavoro la strada del rinnovamento.  Siamo invece di fronte a un’espansione di forme di lavoro ballerine. Con conseguenze sull’integrità psicofisica di donne e uomini. Ricorda Claudio Treves, segretario generale del Nidil Cgil (il sindacato dei lavori atipici), come un mese fa sia stata portata a termine, con l’Inail, la prima rilevazione pubblica sugli infortuni. E’ stata così  scoperta una correlazione significativa sull’uso di psicofarmaci e ansiolitici, direttamente legata alla brevità dei rapporti di lavoro. Succede, ad esempio che il lavoratore precario, per giunta con una paga assai esigua, arrivi alla fine della settimana senza sapere se il lunedì tornerà a lavorare. Un venerdì fonte di stress e tensione drammatica con il conseguente abuso di psicofarmaci.  E’ solo un aspetto di una condizione  che non sarà di schiavitù, come sostengono autorevoli commentatori, ma che mette in luce un attacco alla dignità delle persone. E dovrebbe indurre a un mutamento di rotta.

Ora qualcosa sembra si stia muovendo, sia pure in modo assai timido. Sono in discussione, infatti, possibili emendamenti, atti a modificare, certo leggermente, l’impianto del Jobs Act. C’è quello che punta non a reintrodurre il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo, ma ad aumentare il peso degli indennizzi. Ovvero le mensilità “monetarie” che dovrebbero passare da quattro a sei o otto.  Mentre un altro emendamento, di fronte al fatto che la gran parte di quel conclamato milione di nuovi posti di lavoro è composta da contratti a termine,  intenderebbe  ridurre la durata massima dei rapporti a tempo da 36 a 24 mesi.  Una misura che risolve poco, commenta Claudio Treves. Il problema vero è la causale. Ovvero lo scopo per cui si assume, che dovrebbe essere per un obiettivo produttivo duraturo e non, come succede, per fare fotocopie.  Oggi tale causale non è presente.

Esistono poi una serie di comparti, indicati dal Nidil Cgil,  che meriterebbero soluzioni particolari. E’ il caso dei collaboratori scolastici impegnati nelle segreterie delle scuole con collaborazioni coordinate e continuative. “Chiediamo, anzitutto, che il personale scolastico, che dal 1999 lavora nelle segreterie con contratti annuali reiterati di collaborazione, sia stabilizzato”, spiega Treves. Qui sembra profilarsi un risultato positivo.  Per questi lavoratori e per altri il Nidil ha organizzato giorni fa un presidio davanti a Montecitorio. Tra loro gli addetti di Anpal Servizi, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Anche qui, sulla scorta di impegni sottoscritti con i sindacati, si era chiesto lo stanziamento adeguato per procedere ai percorsi di stabilizzazione. Un altro settore riguarda i collaboratori delle attività sportive. Qui il sindacato aveva chiesto di sopprimere l’allargamento a euro 10.000 dei compensi per i collaboratori su cui non fosse necessario pagare tasse e contributi. Considerato questo un “vero ricettacolo di elusione fiscale e contributiva a danno di chi nel mondo dello sport lavora senza diritti”. Nello stesso tempo si era segnalata l’illogicità di estendere i copiosi benefici oggi possibili per le società sportive dilettantistiche anche alle società sportive “lucrative”. Una segnalazione inutile, cosicché  dal 2018 “le società quotate in Borsa potranno godere degli stessi benefici della polisportiva di quartiere”.

Altre problematiche riguardano i ricercatori e il personale addetto alla ricerca negli IRCCS (istituti di ricovero e cura a carattere scientifico)  e l’Istituto zooprofilattico sperimentale. Qui lavorano in 3.500, spesso con collaborazioni da più di 10 anni.

Un panorama che coinvolge naturalmente i lavoratori della “Gestione separata Inps”. Era stata proposta una pensione di garanzia. Svanita nel nulla.

Siamo di fronte, come annota Claudio Treves, a “un arcipelago di precarietà, con oltre mezzo milione di lavoratori interinali e una miriade di contratti temporanei di ogni genere e tipo”. Il dato di fondo è rappresentato dal fatto che “il 30 per cento dei contratti non dura neanche due giorni, per la precisione 1,4 giorni lavorati”.  Tutto questo dovrebbe essere il banco di prova, ora nella legge di bilancio e poi nel prossimo anno elettorale, di tutte quelle forze che vorrebbero  definirsi impegnate davvero sul fronte del lavoro.