La sfida per Zingaretti:
creare una nuova classe
dirigente per l’alternativa

Incalzati da un’attualità politica che sta assumendo connotati febbrili, stiamo trascurando temi che, fino a non molto tempo fa, sarebbero stati al centro della riflessione e del dibattito. Nessuna nostalgia, ovviamente, per un passato più ricco di ombre che di luci. Ma, ogni tanto, riportare l’attenzione su alcuni nodi di fondo della vita politica può non risultare del tutto inutile.
Tanto per fare un esempio, ragionare sulla qualità del ceto politico attualmente in campo, sia al governo che all’opposizione, può giovare a comprendere meglio la fase in atto.

Homines novi: questa l’orgogliosa rivendicazione con la quale il Movimento 5 stelle ha giustificato la presenza di tanti perfetti sconosciuti nelle sue fila. Basta con riciclati, residuati bellici, sopravvissuti della Seconda Repubblica. Di Maio e Di Battista, Toninelli e Bonafede – tanto per citare i nomi dei leader più in vista fra i pentastellati – appariranno goffi e maldestri nel loro approccio ai problemi del governo del Paese ma, si sostiene, sono almeno volti nuovi, cittadini comuni, irriducibili ai logori professionisti della politica a cui si affidano gli altri partiti.
Se un bellimbusto ignorantello e presuntuoso diventa vicepresidente del Consiglio, se un bullo arrogante e screanzato assurge a guida del movimento, se un avvocaticchio di provincia guida il ministero della giustizia, non vi è da menare scandalo. Al contrario: l’incompetenza, ci spiegano, è il non esoso prezzo da pagare per il rinnovamento radicale della classe dirigente del nostro paese.

D’altra parte non si può dire che altrove volteggino le aquile. La dubbia qualità del ceto politico è un male diffuso e condiviso. Affidiamoci dunque serenamente al nuovo che avanza, dice la narrazione grillina, e disponiamoci a perdonare alcune gaffes, in nome di un nuovo inizio. Ma è qui che emerge il problema di fondo. A prima vista, Di Maio e Di Battista non sembrano poi tanto peggiori dei loro omologhi di altre forze politiche, potendo per contro accampare i meriti connessi con la giovane età. Con una precisazione che racchiude una abissale differenza. Alle spalle di Nicola Zingaretti, appena eletto segretario del Pd dalle primarie, e di altri leader del centrosinistra, vi è una storia, una cultura politica, una pratica di lotte, che sono invece totalmente assenti nei pentastellati.

Qualcuno potrebbe sostenere che si tratti pur sempre di nani. Nani, forse, ma sulle spalle di giganti, la cui influenza è ben lontana dall’essersi esaurita. Là dove la personalità dei singoli può risultare carente o inadeguata, lì si può anche cogliere l’influenza determinante di una tradizione della quale, ad esempio, il ceto politico del Partito democratico è erede, magari inconsapevolmente.

Ma questo chiaramente non esime dal porsi il probema. Anzi, è del tutto evidente che una delle prime grandi questioni che Zingaretti dovrà affrontare, se davvero vuole rifondare il Pd, è quella della nuova classe dirigente di cui si circonderà nel suo lavoro: è indispensabile che competenza e cultura politica si intreccino, più di quanto sia accaduto negli ultimi anni, nelle persone che saranno scelte e che, a nostro avviso, saranno determinanti per la riuscita dell’operazione politica di rinnovamento del centrosinistra.

Sarà un modo anche per rafforzare la differenza tra l’attuale maggioranza e l’opposizione democratica, se vuole diventare un’alternativa autorevole e credibile.

Perché diciamo la verità: “Sotto il vestito niente”. Parafrasando il titolo di un film di alcuni anni fa, è quello che si potrebbe dire di Di Maio e soci: incompetenza senza spessore storico, ignoranza senza tradizione, protervia senza senso della misura. Ciò che raggela e inquieta di fronte agli amici di Grillo è trovarsi in presenza di nani convinti di essere giganti.