In sezione
ho imparato
ad ascoltare

Sono entrato nel Pci nel 1974. A muso duro: “A quelli lì adesso gli faccio vedere io come si fa politica!” “Prima di tutto abbassa le arie…” mi disse il Nicolini, uno con la faccia da funzionario incartapecorito. Dopo scoprii che aveva quarant’anni di trincea sul gobbo.
“Di cosa ti occupi?”
“Di rivoluzione!”
“E poi?”
“Come sarebbe a dire?”
“Stasera c’è attacchinaggio, ci vieni? Così incominci a conoscere qualche compagno.”
“Te li attacco anche sui tram, i manifesti…”, risposi.
“No, solo nei nostri spazi.”
Per la verità non sempre, però imparai a essere un po’ più disciplinato. A capire poco alla volta che il “famigerato” centralismo democratico aveva una sua logica. Il resto venne da sé. Ricordo che durante le riunioni del Direttivo di sezione spesso volavano gli stracci e mai avrei pensato che, in alcune occasioni, sarebbe toccato a me placare gli animi. La sezione Esposti di Milano era un negozio con un’ampia vetrina che si affacciava direttamente sulla strada (via don Bosco 21): “Compagni, cazzo, e se passa qualcuno… che figura ci facciamo?”
Ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare Giovanni Pesce e Norina Brambilla. La Nori mi metteva soggezione, molto meno Visone: gli dissi che il suo libro sulla bomba di piazza Fontana non mi era piaciuto: sì, avevo ancora tante cose da imparare.
Penso che il resto, dopo la Bolognina, sia la storia di molti di noi, un po’ frastornata, un po’ delusa, ma di una cosa sono sicuro: io non mi sento solo.