In questo mondo disordinato e cattivo
dov’è finita l’indignazione dei poeti?

Rileggendo negli ultimi giorni gli interventi di Mario De Santis su Repubblica (leggi) e Lello Voce sul Fatto quotidiano (leggi) si ha l’impressione che la poesia stia attraversando una fase a suo modo decisiva per comprendere quello che vorrà essere, anche nel prossimo futuro.

Sembrano lontani gli anni in cui (e in effetti 50 anni sono davvero passati) si domandava a Pasolini o altri una visione differente sulla contemporaneità dell’epoca, uno scarto, una via diversa dall’interpretazione popolare e chissà se si sarebbe detto oggi “populista”. Certamente il poeta con la materia fragile della poesia cercava di coprire un vuoto, cercava di leggere la cronaca, la politica, con occhi utili a tutta la società.

E oggi avremmo bisogno di poesia? E di quali poeti disponiamo? Questa domanda che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata molto banale oggi non lo è più perché il vuoto lasciato da alcune figure cardine del nostro Novecento (chi potrebbe oggi sostituire Fortini o Sereni, chi potrebbe avere la lucidità di Mario Luzi quando ormai 90enne arriva a “Dottrina dell’estremo principiante”?) non è stato colmato da quella generazione di attuali cinquantenni definita da più parti “generazione in ombra”, un vuoto oggi riempito dall’onda lunga e devastante dei social network.

Alle maglie strette della critica e delle riviste storiche del Novecento spesso mediata dai dipartimenti di Letteratura Italiana delle nostre più prestigiose università si è sostituita la politica degli hashtag, dei followers e dei like, in una estetica e in una metodica che condiziona inevitabilmente ogni nostra percezione su cosa sia scrivere, cosa sia leggere, cosa sia raccontare ma soprattutto che cosa significhi strutturalmente la poesia.

Respirare a pelo d’acqua insomma, ragionare per categorie anche di fronte a temi socialmente densi, una ipertrofia del poeta che con la propria immagine schiaccia fino ad annullare la propria scrittura. Poeti che si mischiano agli influencer, che si consumano come rockstar capricciose: se la poesia deve comunque stare nel proprio tempo forse è venuto il tempo di diventare più netti nelle demarcazioni, affidare alla “varia” certe pubblicazioni, non mischiare identità che utilizzano la poesia per emergere piuttosto che fare emergere con la scrittura la forza delle contraddizioni umane.

Se non ora di fronte alle follie che stiamo vivendo quando si dovrebbe ascoltare l’indignazione dei poeti? Ma il cambio che si dovrebbe compiere sarebbe davvero “epocale”, almeno per il recente passato, uscire da un io per potere diventare un noi, cercare una comunità, un progetto. Tutte questioni che oggi appaiono distanti.

“Una scrittura (cito Mario De Santis) fatta di essenzialità che va a modellarsi non su/contro/a fianco di forme, stili, poetiche attinti al passato recente o meno (nella linea della lirica, da Eugenio Montale a Mario Benedetti) quanto piuttosto su una poesia di traduzione (vertice: Szymborska) o certi nomi tutelari italiani (Merini) diventa un neo-canone linguistico privilegiato di uno stile semplice e svuotato”. Ed è questo svuotamento che oggi va ridimensionato, anche affidandoci a filtri sottili che per troppo tempo abbiamo sottovalutato.

Se per il consenso di qualche giorno finiremo per perdere la complessità della scrittura e della funzione che deve assumere nei confronti del lettore, se invece di rendere fruibile la parola poetica alle persone privilegeremo la fruibilità e l’immediatezza del poeta celebrato come una icona avulsa dalla quotidianità, infine densità e scarto saranno destinati a dissolversi e i vuoti coperti da altri.

Cantanti, rapper, tronisti, cuochi, youtuber, arrampicatori, tutto a quel punto e come già sta accadendo sarà considerato poesia, se non se ne conoscerà più l’essenza e nessuno sarà più in grado di riconoscerla nel momento in cui ne avrà veramente bisogno.
Ed oggi per quello che sta avvenendo in Italia il bisogno di quello scarto che solo la vera poesia è in grado di darci, quel bisogno è tanto. Tanto veramente.