“In corsia anche il 25 aprile, il meglio dell’Italia ci viene da lì”

Marilde ha 40 anni, da dieci è in servizio come Oss (operatrice socio-sanitaria) nelle strutture pubbliche di Reggio Emilia. Viene da Bari, ove con una cooperativa sociale si occupava di ragazzi a rischio devianza. Venuto meno quel lavoro, ha frequentato un corso di formazione per disoccupati promosso dalla Regione, allora guidata da Niki Vendola, e ha conseguito il “patentino” da Oss, con il quale ha partecipato e vinto il concorso che l’ha portata in a Reggio Emilia. Prima in una casa di riposo, poi nel reparto lungodegenza dell’Arcispedale S. Maria Nuova, poi al diagnosi e cura dell’ospedale di Correggio.

Poche settimane fa aveva ricevuto una nuova destinazione, una residenza per malati psichiatrici. Ma l’emergenza coronavirus ha cambiato bruscamente la vita anche a lei, pur abituata ai cambiamenti.

Marilde in tenuta anti-virus

“Il 18 marzo – ci racconta nel pomeriggio di Pasqua, primo giorno di riposo anche per lei – mi hanno richiamata a Correggio, a supporto del personale infermieristico. Ce n’era bisogno perché diversi infermieri erano stati trasferiti a Guastalla, in un altro ospedale interamente riorganizzato per l’assistenza ai malati Covid. Sono stata assegnata all’unità sub-intensiva di riabilitazione respiratoria, che a Correggio opera anche in tempi normali ma adesso accoglie pazienti Covid appena usciti dalle terapie intensive di Guastalla o di Reggio. Questi pazienti, pur avendo superato la fase più acuta, hanno bisogno di una assistenza particolare per riprendere a respirare da soli. Sono tracheostomizzati, soggetti a ricadute che possono rendere di nuovo necessario l’uso del ventilatore. E sono ancora positivi al contagio”.

Vestita come un astronauta

Per restare in sicurezza nel contatto con loro, serve un equipaggiamento completo e pesante: tuta, camice, copriscarpe, casco, copriocchiali, mascherina ffp 2, tre paia di guanti. “E’ dura, non si può bere, non si può andare in bagno. Io sono impegnata nei turni diurni, circa sette ore e mezzo ciascuno. I turni di notte sono peggio, durano quasi dodici ore”. Nel reparto, per ora, non si registrano contagi tra il personale sanitario. “In altri, adibiti alle prestazioni ordinarie, le dotazioni di protezione sono meno complete. Ci sono stati casi di positività, sia tra i pazienti che tra gli infermieri”.

Finito il turno di lavoro, Marilde può togliere l’equipaggiamento da astronauta, ma non dismettere la prudenza, nemmeno in casa: “Mio marito lavora in una casa di riposo, anche lui è in una situazione di rischio. Manteniamo sempre le distanze, dormiamo in camere separate, usiamo bagni diversi”. Se non volete farla arrabbiare, non parlatele di lamentele per le restrizioni individuali, magari per il divieto di gita fuori porta a Pasquetta: “Lasciamo stare, mi scapperebbero brutte parole. Piuttosto, vorrei ripetere che ognuno deve fare la propria parte, attenersi alle regole, per rispetto di se stesso e degli altri. E, se mi consenti, anche del lavoro di chi sta in prima linea”.

Marilde parla invece volentieri delle cose che vede funzionare nella sanità pubblica in questa battaglia contro l’epidemia. Ma anche di quelle che non la convincevano già prima, sulle quali il virus ha acceso impietosamente i fari. “Dico subito che considero la nostra rete dei servizi sanitari in Emilia Romagna una eccellenza nazionale. Non voglio nemmeno pensare che cosa sarebbe successo se così non fosse. O cosa può accadere, in effetti è anche accaduto, in altri territori di fronte a un contagio di analoghe dimensioni. Nella situazione data, si è fatto il massimo e si è fatto bene”.

I tagli sbagliati

Però, c’è qualche però. “Diciamolo così: anche in questa regione l’epidemia ha messo in luce alcuni problemi. Anche qui ci sono stati i tagli alle sedi ospedaliere, la riduzione del personale sanitario, la corsa non sempre e non solo virtuosa al risparmio sui costi, ad esempio sulle scorte di mascherine e di farmaci. Sono cose che, in una emergenza inedita e drammatica come questa,si pagano. Anche dove la situazione resta comunque migliore che altrove”.

virusUn altro problema sul quale si dovrà riflettere riguarda le Cra, le case residenza per anziani non autosufficienti. “Un tempo, le competenze per queste strutture erano in capo alle Aziende sanitarie locali, a partire dal personale e dai protocolli. L’attuale gestione Asp, Aziende di servizi alla persona, non si è dimostrata in grado di reggere una tempesta come questa. Purtroppo, in varie case di riposo, i contagi e anche i decessi sono stati molti. Si è reso necessario l’intervento diretto dell’Asl, che ha inviato proprio personale a supporto. Di tutto questo dovrà esserci tempo e modo di discutere, quando sarà finita l’emergenza. Spero che non ci si dimenticherà di ciò che adesso tutti dicono a proposito dell’importanza della sanità pubblica e dei suoi dipendenti”.

Dal tono con il quale Marilde pronuncia queste parole filtra una punta di amarezza. E infatti: “Fino all’altro giorno, dipendente pubblico per alcuni era sinonimo di fannullone. Per non parlare degli attacchi ai contratti di lavoro. O del numero crescente di aggressioni nelle guardie mediche, nei pronto soccorso. Adesso va di moda dire che siamo eroi: noi non siamo fannulloni né eroi, siamo lavoratori che fanno fino in fondo il loro dovere e meritano di vedere riconosciuti il loro ruolo e i loro diritti”.

Una polemica contro le autorità di governo? “Ma no, è una considerazione di carattere generale. Delle autorità regionali e locali ho già detto, credo che stiano muovendosi in modo serio e complessivamente efficace. Nemmeno il governo nazionale merita stroncature, è in carica da pochi mesi e non gli si può addebitare le scelte degli anni e dei decenni precedenti. Certo, era impreparato a questa epidemia. Certo, si possono criticare ritardi ed errori. Però, giustamente, si attiene ai pareri delle autorità sanitarie, deve tenere conto di mille problemi e interessi, opera in un contesto nazionale e internazionale difficilissimo. E comunque, non vedo chi possa salire in cattedra a impartire lezioni”.

Il 25 aprile in corsia

Eppure, paradossalmente, lo scontro politico è ancora più aspro che nei tempi normali. Qualcuno ha avuto perfino la pensata di contrapporre la resistenza di medici e infermieri nella battaglia contro il coronavirus alla Resistenza storica, partigiana e antifascista, che si celebra il 25 aprile. “E’ una contrapposizione insensata, offensiva. Tutto ciò che di meglio esiste nel nostro Paese deriva da quel 25 aprile, a partire dalla Costituzione che tra l’altro, all’articolo 32, definisce la tutela della salute un diritto fondamentale dei cittadini. Il il 25 aprile, io sarò al lavoro in ospedale e, al tempo stesso, ricorderò con immutata gratitudine coloro che hanno combattuto per conquistare la nostra libertà”.