In piazza contro
il governo del
peggioramento

Tre grandi manifestazioni sabato scorso. Una ha avuto un’ottima copertura mediatica, quella di Torino. Certo, era una manifestazione curiosa: per le Olimpiadi e per la Tav, contro la sindaca Appendino. Una manifestazione convocata da un gruppo di donne, come quella recente contro Raggi in Campidoglio, a cui si cono aggregati un po’ tutta l’opposizione, dal Pd a Casa Pound con qualche sfumatura leghista. E se Torino non è Roma, invece decisamente abbandonata all’incuria, è segno che la luna di miele dell’amministrazione Cinque stelle e la sua sindaca sta finendo.


Ma ci sono state, anche, altre due manifestazioni antigovernative che la grande stampa ha snobbato, con l’eccezione del Manifesto e dell’Avvenire. A mostrare che il governo del cambiamento cambia, ma in peggio.

La mattina, in tutt’Italia, la mobilitazione contro il progetto di legge Pillon, ancora in discussione, organizzata dalle donne di “non una di meno”. In molte città, a Roma lungo via dei Fori Roma, con un effetto straniante, hanno sfilato le tuniche rosse delle Ancelle mutuate da “The Handmaid’s Tale”, a segnalare i rischi di un medioevo prossimo venturo. No, quella legge ci porta indietro, hanno detto quei muti cortei. Quella legge obbliga alla mediazione obbligatoria e a pagamento in caso di separazione, all’affidamento a entrambi i genitori per metà mese ciascuno con un dettagliato piano di gestione e l’abolizione del mantenimento e dell’uso della casa coniugale a chi vive con i figli. Un meccanismo che non tutela il coniuge più debole economicamente, di solito la donna, in particolare in caso di mariti maneschi o abusi sui figli. Che rallenta il tempo del divorzio e costringe, prima che le violenze siano conclamate in tribunale, i bambini a coabitare con il genitore violento o abusatore. Se un figlio si rifiutasse, l’altro genitore verrebbe automaticamente incolpato di calunnia. Un pasticcio maschilista e pericoloso.

Nel pomeriggio a Roma, invece, un grande corteo contro il decreto Salvini, indetto da oltre 400 associazioni o gruppi solidali e antirazzisti. Centomila no a quel decreto che è intitolato alla sicurezza e che invece porterà più insicurezza e più clandestini. Centomila persone a gridare che l’abolizione del permesso umanitario è una violazione dei diritti. Che la chiusura degli Sprar è un insulto alla buona amministrazione e un regalo ai furbetti dell’accoglienza.
Qualche bandiera di partito, certo: ma per lo più gli striscioni erano artigianali, quello su sacco di iuta della Casa dei diritti sociali, il lenzuolo coloratissimo dei bambini della scuola Di Donato-Manin di Roma: “noi studiamo insieme, tutti diversi, tutti uguali”. Lo striscione “Tu non sei razzista, sei stronzo”, con il simbolo dell’ombrello, dopo l’episodio di Napoli. Quello dei centri sociali “Ius a omnibus”, e non si parla di trasporto. O il cartello di quella ragazza giudiziosa che ha scritto; “La lavatrice è l’unico posto dove le cose andrebbero divise in base al colore”.

Le microfotografie dei caduti in Palestina. I colori del Centro Ararat, con il cuore al Kurdistan e le foto di Ocalan. La plastica gialla, portata da Caserta, contro camorra e razzismo. La stoffa blu su cui è scritto: “Le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti”. E gli sportivi: “We love football, we fight racism”, “Mischia le diversità, placca il razzismo”. L’allegro; “…comunque noi insieme siamo felici”. E, conclude il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica, “Siamo 60% acqua, 100% antifascisti”.

Niente incidenti, niente articoli sui giornali, come non fosse successo niente. Invece qualcosa è successo, se decine di autobus che venivano da fuori Roma sono stati bloccati in autostrada, la polizia ha voluto leggere gli striscioni e ha identificato gli aspirati manifestanti fotografandone documenti e volti. Una pratica che il decreto Salvini, già approvato in Senato con la fiducia e ora alla Camera, incoraggia e aumenta.

Perché non riguarda solo i migranti e i richiedenti asilo (certo, aumenta la possibilità di reclusione nei Cie fino a 6 mesi, abolisce il permesso umanitario, chiude gli Sprar a favore dei Cara), ma anche noi italianissimi, visto che amplia il daspo urbano e affida ai vigili urbani il Taser, la micidiale pistola elettrica. Dulcis in fundo, i beni confiscati dalla mafia potranno essere messi all’asta invece di essere affidati a comuni o associazioni. Facile prevedere che alle aste parteciperanno i prestanome dei mafiosi e nessun altro, vanificando l’effetto economico e simbolico della confisca.


Ai centomila in marcia da piazza della Repubblica a piazza san Giovanni – parola d’ordine comune Indivisibili – ha parlato tra gli altri anche Mimì Lucano, il sindaco “sospeso” di Riace. Non senza commozione ha ricordato che “abbiamo bisogno di unità attorno ai valori di libertà e del rispetto dei diritti umani”, indivisibili appunto. E “dobbiamo avere il coraggio di prendere parte in prima persona. Da una parte c’è la disumanizzazione, la cattiveria, l’odio, la discriminazione. Dall’altra quello che abbiamo nel cuore, la società della dignità, dell’uguaglianza sociale, il sogno di un’altra umanità possibile. Oggi possiamo ancora scegliere. Finché saremo in campo, la partita non sarà chiusa”.