In ordine sparso
l’assalto a Bruxelles
delle truppe sovraniste

Fra poche ore sapremo quale sarà il peso politico dei nazionalisti nel Parlamento europeo che, essendo stati per decenni forze politiche marginali in alcuni paesi membri, sono ormai presenti in quasi tutta l’Unione da Lisbona a Varsavia, da Helsinki ad Atene.

Sono stati definiti spesso populisti o sovranisti ma l’espressione che più si addice loro è quella di nazionalisti poiché quello che li accomuna è la loro volontà di difendere lo stato-nazione o meglio i suoi cittadini (“prima gli italiani” ma anche “prima gli ungheresi” o i polacchi o i cechi o i tedeschi e via di questo passo per tutti i ventotto popoli europei) dai vincoli – ritenuti insopportabili – imposti da un’organizzazione sovranazionale considerata senza legittimità democratica ma anche dalle prevaricazioni degli altri stati-nazione.

Alla rinascita delle frontiere interne fra i paesi membri si accompagna anche la richiesta di blindare le frontiere esterne per impedire l’invasione di prodotti e migranti difendendo così nello stesso tempo le industrie e le identità nazionali.

Come avviene per la corrente di pensiero europeista nella quale occorre distinguere gli orientamenti moderati o conservatori di chi difende l’UE nel suo stato attuale – con le istituzioni consolidate nel Trattato di Lisbona (2009) e le politiche di austerità rappresentate dal Fiscal Compact (2013) – dalla cultura federalista che sostiene la necessità di sovranità condivise nel quadro di una democrazia europea multilivello, così fra i nazionalisti occorre distinguere fra chi sostiene l’idea di un’Europa intergovernativa nella quale prevalga la difesa degli interessi nazionali e la posizione di chi è contrario in se al progetto di integrazione europea.

Le tesi dei movimenti nazionali che difendono la  necessità di tornare alla priorità degli Stati-nazione non è fondata perché:

  • le differenze fra gli Stati nazionali non sono state eliminate e le nazioni non sono morte, il primato della Germania non ha imposto il tedesco lasciando l’egemonia all’inglese internazionale in una lingua franca che rimarrà anche dopo il Brexit mentre la Torre di Babele dell’UE continuerà a garantire le culture nazionali
  • gli Stati nazionali non si sono smembrati, la Lega Nord è diventata Lega nazionale e gli indipendentisti catalani si siedono ora al tavolo del negoziato con il nuovo governo socialista di Pedro Sanchez
  • i parlamenti nazionali hanno recuperato parte dei loro poteri con il Trattato di Lisbona mentre non è nato un “macroscopico progetto di potere”, i governi nazionali non sono stati eliminati, non hanno perso di importanza ed è l’ectoplasma del “governo europeo” (la Commissione Juncker) che è diventato esecutore dei governi nazionali
  • il pluralismo non è stato negato e gli indirizzi comuni nella sanità, nell’istruzione, nella cultura e nella ricerca sono passati dai tentativi (falliti) di armonizzazione al mutuo riconoscimento. Quel che è buono in un paese è buono anche negli altri anche se non tutto viene accettato da mercati diversi
  • la cittadinanza europea non ha sostituito le cittadinanze nazionali (si è cittadini europei se si è cittadini di uno Stato membro) ma ha aggiunto a esse diritti comuni che sono stati consolidati nella Carta europea dei diritti fondamentali. Secondo l’interpretazione della Corte costituzionale italiana (la teoria dei contro limiti”) se una costituzione nazionale garantisce un livello di diritti superiore a quello della Carta, prevale la costituzione nazionale.

Vale ancora in questo quadro la nota “linea di divisione” – proposta dal Manifesto di Ventotene nel 1941 “fra partiti progressisti e partiti reazionari” che “cade ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale….e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e che, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”?

Alla luce di quel che sta avvenendo nell’Unione europea quell’affermazione deve essere rivista e aggiornata per tre ragioni fondamentali:

  • i nazionalisti intendono conquistare il potere non solo a livello nazionale ma anche nelle istituzioni sovranazionali per cambiare (rivoluzionare, dicono alcuni di loro) l’Unione europea dal suo interno
  • il tema della democrazia o meglio di “quale democrazia?” è diventato centrale se si tiene conto delle ripetute violazioni dello stato di diritto, del fatto che nuovi partiti nazionalisti si proclamano “veri democratici” (in Svezia, nei Paesi Bassi) e infine della necessità di garantire a livello europeo nuove forme di democrazia partecipativa che completino e arricchiscano quella rappresentativa
  • il progresso economico o meglio la riduzione delle diseguaglianze appaiono prioritari per ricostruire quella rete di consensi e di corpi intermedi essenziali al salto in avanti verso una Comunità federale.

Fra poco conosceremo dunque il peso dei nazionalisti nel futuro Parlamento europeo ma possiamo già fare delle previsioni alla vigilia del voto. Essi si presenteranno divisi nell’emiciclo come lo sono stati nella legislatura che si sta chiudendo in tre o quattro gruppi che comprenderanno le destre radicali di Marine Le Pen e Matteo Salvini, la nuova ed eterogenea famiglia politica formata su iniziativa del Movimento 5 Stelle, il gruppo conservatore di orientamento gollista (a cui apparteranno i deputati di Fratelli d’Italia), e il gruppo dell’Europa delle Nazioni controllato dal brexiter Farage, questi ultimi due destinati a ridursi o a scomparire se il Regno Unito (con i suoi deputati) uscirà dall’Unione il 31 ottobre.

Una cosa è certa: la polvere delle polemiche nazionali (che hanno contraddistinto alcune campagne elettorali nazionali come quella – mediocre e fuorviante – italiana) si poserà nel giro di poche settimane per lasciare il posto a scelte transnazionali mettendo in evidenza che si è trattato di elezioni europee e non di una somma di elezioni nazionali per eleggere un parlamento europeo e non una assemblea composta da delegazioni nazionali.

Poiché sarà impossibile ricostituire la “grande” coalizione fra popolari e socialdemocratici perché essi non avranno più insieme la maggioranza assoluta dell’assemblea e perché il solco fra i due gruppi è diventato più ampio, si dovranno costruire alleanze diverse e più vaste con tre varianti: una maggioranza di centrodestra del PPE con i nazionalisti (modello bulgaro), una maggioranza di centrosinistra con i socialdemocratici insieme alle sinistre e ai Verdi (modello iberico) o – probabilmente – una grande alleanza di europeisti che escluda le ali estreme dei popolari (gli ungheresi), dei socialdemocratici (i rumeni), dei liberali (i cechi) coinvolgendo i Verdi che saranno probabilmente i veri vincitori di questa tornata elettorale.

La coesione e la coerenza all’interno di questa alleanza saranno determinanti nello scontro con il Consiglio europeo per la formazione della nuova Commissione a cominciare dalla scelta del suo Presidente secondo il metodo degli Spitzenkandidaten (che non vuol dire accettare a scatola chiusa il candidato del partito di maggioranza relativa ma il candidato che raccoglierà intorno al suo nome la maggioranza assoluta dei deputati europei) o un metodo tutto nuovo di un accordo all’interno dell’alleanza su una figura “terza” da indicare al Consiglio.

La coesione e la coerenza all’interno di questa alleanza saranno infine determinanti per garantire la coerenza e la coesione all’interno della nuova Commissione: così come avviene nella formazione di un governo nazionale l’alleanza dovrebbe opporsi alla nomina di commissari appartenenti a partiti nazionali (=nazionalisti) che non fanno parte dell’alleanza sfruttando la procedura delle audizioni instaurata dal 1999 che consente al PE di respingere una singola candidatura chiedendo al Presidente della Commissione di sostituirla con un nuovo candidato.

Pier Virgilio Dastoli

www.movimentoeuropeo.it