In nome del popolo via la democrazia

Stanno accadendo cose enormi nel nostro Paese, anche se molti guardano a ciò che succede in silenzio, quasi tramortiti dalle novità. Gli storici del futuro che potranno guardare a questa vicenda da una diversa distanza non avranno invece dubbi, credo, su un punto: il governo che sta nascendo, e il modo con cui ciò sta avvenendo, rappresenta la più grave crisi della democrazia rappresentativa in Italia dopo la proclamazione della Repubblica e l’approvazione della Costituzione. E non so, in questo momento, se quell’assetto istituzionale riuscirà a superare questo drammatico passaggio o se è iniziato il suo tramonto definitivo. Del resto, come diceva il segretario fiorentino, i corpi misti – cioè gli Stati e le chiese – sono destinati a finire, a morire.

Per quanto mi riguarda credo che la crisi sia drammatica, e che la fine della democrazia rappresentativa e delle sue forme non solo sia possibile, ma sia iniziata proprio in queste settimane, in questi giorni.
“E ora non ci siano messi veti dal Quirinale”, ha detto il leader della Lega, sapendo bene, almeno si spera, che l’articolo 92 della Costituzione stabilisce che sia il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio e i ministri che quest’ultimo propone. Per Salvini, ma anche per Di Maio, il Presidente della Repubblica e la Costituzione sono un intralcio, una pietra di inciampo di cui liberarsi: un reperto del passato, senza più alcun valore.
Una cosa enorme, perché tocca il fondamento del nostro vivere civile, il vincolo su cui è fondata la nostra comunità. È tecnicamente un gesto sovversivo, ma non è l’unico. Tutta la lunga, e miserabile, gestione di questa crisi è stata all’insegna del sovversivismo delle regole, delle istituzioni, della Costituzione da parte dei due partiti che si accingono a governare il Paese.
Molti dimenticano che cosa è stata e che cosa resta la Lega: con Bossi si proponeva di uscire dallo stato nazionale in nome della Padania; con Salvini ha scelto come raggio di azione il territorio nazionale, ma rimanendo estranea allo stato italiano, visto come un campo da conquistare e sottomettere e non come una realtà politica e spirituale di cui sentirsi parte e della quale condividere i principi fondamentali. La Lega su questo non è cambiata, come non è cambiato Salvini, il quale fino a pochi anni fa girava con felpe con scritte piene di insulti per i meridionali.
Un discorso simmetrico si può fare per i Cinque stelle, i quali si sono sempre contrapposti allo stato italiano, e alle strutture istituzionali in cui esso è organizzato. Questa estraneità allo stato nazionale è l’elemento di effettiva unificazione tra Lega e M5S, e l’atteggiamento che hanno verso l’Europa e l’euro ne è una conferma. Sono estranei alle istituzioni europee come sono estranei alle istituzioni italiane. Il paradosso tragico in cui ci troviamo è appunto questo: due movimenti originariamente sovversivi stanno per essere chiamati a guidare lo stato nazionale italiano.
La crisi del nostro Stato viene da lontano, e da lontano arriva la crisi della democrazia rappresentativa: un fatto europeo, mondiale, non solo italiano. Varrebbe la pena di riflettere a fondo su questo. Qui mi limito a fare una sola osservazione, relativa alla democrazia diretta che questi due partiti, sia pure con diversa temperatura, propongono.
Entrambi, come si è visto in questi giorni, hanno fatto appello al popolo, perché fosse approvato il lavoro e il progetto dei rispettivi dirigenti. Il popolo – dicono – è il vero giudice. Questo governo, aggiungono, è un amico del popolo, citando non so se consapevolmente Marat.

Ma come è tipico della democrazia diretta, la consultazione del popolo è stata un fatto puramente scenografico: nel caso dei Cinque stelle il sondaggio è stato affidato alla Casaleggio, con tutti i problemi ben noti; nei gazebo della Lega il voto è stato addirittura pubblico, perché il popolo è buono, non vuole inganni, odia i segreti dei potenti.
Ma né l’una né l’altra cosa sono accidentali: la democrazia diretta ha sempre generato l’autocratismo dei capi, è una lezione della storia.
Ed anche in questo caso hanno deciso tutto i capi dei due partiti, il cosiddetto popolo è stato solo chiamato a ratificare, in condizioni improbabili, quanto era stato fatto. Una sorta di grande comizio – paesano o informatico – in cui il popolo è stato chiamato ad applaudire i suoi capi, per dare loro ulteriore peso politico.
Nel nome della democrazia diretta, si sono visti in azione comportamenti tipici di vecchi partiti impegnati ad impossessarsi di tutte le quote di potere possibile con una voracità a volte patetica a volte ridicola, come nel caso dell’auto-candidatura del capo dei Cinque stelle alla Presidenza del consiglio: un refrain che risuona anche in queste ore. A vederli in azione, sembra di leggere una brutta novella di Balzac o un capitolo malriuscito di un romanzetto – mai scritto – di Stendhal
Ma anche qui nessuno stupore: la rivendicazione della democrazia diretta è stata sempre lo strumento essenziale per far fuori, in nome del popolo, la democrazia rappresentativa, l’unico reggimento che gli ha concesso di contare attraverso i suoi rappresentanti e che ora i due capi partito vogliono imbrigliare con il vincolo di mandato. Tutto ciò sempre in nome del popolo e della democrazia diretta, che produce anche in questo caso autoritarismo.

Questa situazione viene presentata dai suoi protagonisti come una grande novità inaspettata. Ed è vero: è iniziata la fine della democrazia rappresentativa in Italia. Perché questo sia accaduto, e quanto grandi siano le responsabilità delle forze di centrosinistra, andrà pur detto con la chiarezza necessaria. Se questo può accadere è perché milioni di italiani hanno votato per questi partiti e per i loro programmi, rifiutando i partiti di centrosinistra. Un fatto, anche questo, di eccezionale rilievo, anche per il futuro della Repubblica fondata sulla Costituzione nata dall’antifascismo. Tutto è entrato in movimento, e non si sa cosa possa accadere.
Ma questa è la situazione. Certo le sorprese sono sempre possibili, e in questo caso è decisivo il comportamento del Presidente della Repubblica, chiamato a un difficilissimo cimento. E come dice il poeta: “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanto ne pensi la tua filosofia”. Speriamo abbia ragione.