In morte d’un giovane testimone
della poesia che sopravvive a se stessa

Alcuni giorni fa Gabriele Galloni è stato trovato esanime nella propria stanza. Era nato a Roma nel 1995 e a 25 anni era considerato tra i più promettenti poeti della propria generazione: la scomparsa ha dato luogo nelle prime frenetiche ore anche sui quotidiani nazionali a una serie di improbe ricostruzioni, frutto di sciatteria da parte di alcune redazioni culturali o più probabilmente dalla consolidata volontà di creare scandalo. Da Simone Cattaneo a Claudia Ruggeri fino a Remo Pagnanelli molti sono stati gli ottimi giovani poeti a decidere di abbandonare volontariamente la propria esistenza. Ma non è stato questo il caso di Galloni, per lui, provocatore, sfrontato, iperbolico la morte è arrivata per cause naturali.

I morti tentano di consolarci / ma il loro tentativo è incomprensibile. / Sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile / della conversazione. Sanno amarci / con una mano – e l’altra all’Invisibile.

Per Galloni la morte era un tema stringente, quasi un’ossessione, una ossessione difficile da scindere dal tema dell’amore e dal tema della vita, una vita malinconica, precaria, fatta di piccoli momenti di gioia e moltissime fragilità e delusioni, e non può in questo senso non venire in mente un altro grande poeta romano morto anch’egli troppo presto, Dario Bellezza, ucciso dall’Aids nel 1996 a soli 52 anni.

Parlare della morte significa in Galloni come già per Bellezza attaccarsi disperatamente alla vita, per citare Ungaretti. Ma il presente descritto è ulcerato come ancora una volta in Bellezza e rispecchia una incapacità di entrare all’interno di un contesto collettivo, di un noi che non è solo privato di questo autore ma è sintomo di una intera generazione: “La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi del mondo a farmi cambiare idea. La poesia deve sopravvivere soltanto a se stessa.” affermava Galloni in un’intervista e ancora una volta viene in mente il muro che man mano si era creato tra Bellezza e un certo Pier Paolo Pasolini che al contrario nel 1971 aveva accompagnato “Invettive e licenze” con un’entusiastica e impegnativa introduzione.

Il fallimento d’una teoria della poesia

E forse l’esempio migliore nel fallimento di questa teoria privata e unipersonale della poesia sta proprio nel cordoglio ma soprattutto nella reazione avuta dalla comunità dei poeti e dei giovani poeti innanzitutto per una volta coesa nel difendere la fatalità della scomparsa di questo talento, nel rigore con sui si è stretta attorno a troppo facili e semplicistiche ipotesi.

Dario Bellezza

E probabilmente nel leggere il suo “L’estate del mondo” questo avrebbe voluto attorno a lui Galloni, questo chiedeva Dario Bellezza mentre veniva isolato dalla propria comunità letteraria man mano a partire dagli anni Settanta dopo la vittoria nel 1976 del Premio Viareggio con “Morte segreta” edito da Garzanti: una idea di qualcosa, non più di nulla, un sentire condiviso, una azione su temi reali, collettivi, una vicinanza che non difetta solo nella letteratura ma che accomuna tutte le maglie della nostra quotidianità. Galloni provocando, mettendo il dito nella piaga, inventandosi eteronimi come Olimpia Buonpastore per denunciare la fame, la ricerca forsennata da parte di una certa editoria nei confronti dei “personaggi” piuttosto che non della poesia aveva in realtà cercato di fare tutto quello che manifestava volere combattere. Sta alla comunità dei lettori e alla comunità degli scrittori adesso decidere se la memoria di Galloni vada bypassata dopo qualche giorno di cordoglio generale e a tratti qualunquista o vadano al contrario i suoi moniti portati avanti. Perché la ricerca della verità per quanto dolorosa e autodistruttiva, il rinnegamento dei tatticismi dovrebbero portarci a un tentativo di verità che per la poesia non può che diventare materia strutturale.

E perché chiunque voglia avvicinarsi alla poesia deve poter trovare in essa lealtà, umanità e rispetto.

“Me ne vado; ma tu sei lontananza /  che ritorna. L’eternità felice / del tuo viso indagato controluce – / dalla Magliana vecchia alla mia stanza.”

Gabriele Galloni, L’estate del mondo, Marco Saya 2019.