In morte dell’Estate romana

Sarà la necessità di far qualcosa, visto che elezioni si avvicinano e l’amministrazione di Virginia Raggi è rimasta immobile in questi anni sotto la valanga di problemi che affliggono la Capitale, e quando si è mossa ha fatto peggio. Ma la decisione di cambiare nome all’Estate Romana, rinominandola ROMARAMA l’ennesimo scivolone dell’amministrazione Raggi e del suo assessore alla cultura Luca Bergamo. Al di là del fatto che sembra un nome adattissimo a un centro commerciale o a un supermercato, un vecchio detto diceva: squadra che vince non si cambia. E dunque, un nome che funziona non si cambia.

L’invenzione di Renato Nicolini

estate romana, Massenzio
Collage di manifesti di Giuliano Vittori per Massenzio, Estate romana

Certo, negli ultimi anni dell’Estate romana non sono rimasti che brandelli. Quella di Renato Nicolini, mitico assessore dell’epoca Argan-Petroselli,  fu – nella stagione del terrorismo, quando la tentazione di star chiusi dentro casa per paura era forte – un’invenzione. Non solo il grande concerto, l’evento speciale: certo, anche quello. Ma un programma di eventi che ridisegnava i luoghi storici di Roma, li rendeva fruibili a molti, rendeva uguali i cittadini, che fossero l’intellettuale snob o la popolana col fagotto della pasta, i giovani che si muovono in branco e le timide ragazzine del liceo, gli anziani cinefili e i rocchettari impenitenti.

Quell’indimenticabile Massenzio

Gli eventi invadevano luoghi bellissimi ma spesso sconosciuti ai romani, uno per tutti Massenzio. Li invadevano e li rendevano, nella memoria e nel vissuto delle persone, luoghi familiari, domestici: bellissimi sotto la luna. La gente di periferia andava al centro, e lì era uguale, sulle sedioline di plastica, ai pariolini. L’invenzione è stata questa, una rilettura dei luoghi, invasi ma anche emotivamente conquistati, ormai di tutti. Un’operazione culturale profondamente democratica, proprio in un periodo in cui il terrorismo provocava terrore e sgomento. E invece quanta energia c’era in quelle serate, che piacere incontrare persone che non si sarebbero mai altrimenti incontrate, intrecciare discussioni, o solo sguardi.
E’ stata l’Estate romana, non a caso, il marchio che ci ha copiato mezza Europa. Sì, allora Roma era avanguardia. Un peccato davvero ridurla, man mano, di impatto e senso. Uno scialo ingiustificato con molti colpevoli.

I biglietti-tarocchi per Massenzio. Di Giuliano Vittori

Il tentativo di cancellare l’Estate romana significa che non la si è capita. Ed è curioso lo scarto di memoria di chi c’era, e se la ricorda come una grande kermesse gratuita. Il cinema, il teatro, il grosso dei concerti si pagavano invece, poco, ma si pagavano. C’è chi fa collezione delle tessere d’ingresso, che in una particolare edizione di Massenzio composero il mazzo dei tarocchi. Certo, dopo mezzanotte si sbaraccavano i controlli e poteva entrare chiunque, anche il più squattrinato degli studenti, ma qualcuno dei paganti, intanto, era già andato via. All’assessorato alla cultura del comune qualcuno l’ha studiata, l’Estate romana di Renato Nicolini? Si è documentato?

Lo sciapo sapore di ROMARAMA

Marchio che funziona non si cambia, sarebbe d’accordo anche la Coca Cola. Non per nostalgia passatista, ma perché il meccanismo non funziona così, ne sanno qualcosa i postcomunisti che di nome in nome si sono perduti la cosa. Dunque, dov’è l’innovazione che promette il nuovo nome, ROMARAMA? Un panorama su Roma? Un panorama sulle arti? Persino i banali Romama o Amoroma sarebbero allora più evocativi. Oggi, in tempi di Covid-19, è giusto reagire alla solitudine, alla paura che ha trasformato la necessaria distanza fisica in una distanza sociale e emotiva che è dannosa, e certo non necessaria. Ma il nuovismo della proposta, oltre al programma annunciato, non fa ben sperare. Come spesso avviene, per governare Roma bisogna avere un’idea di cultura, ma soprattutto un’idea di città. Anzi, di questa città.