Ma più che sui prestiti
bisognerebbe puntare
sulle sovvenzioni dirette

C’è una campagna politica violenta e strumentale contro il governo Conte che prende a pretesto il modo in cui si sta rispondendo all’emergenza sanitaria? Sì. La maggioranza che sostiene il governo è attrezzata per combattere questa campagna? No. Dobbiamo riconoscere che un elemento di debolezza c’è. Basta guardarsi intorno, leggere i giornali e i siti, vedere la televisione o sentire la radio: c’è un malessere diffuso, una protesta pericolosamente montante, che riguarda gli aiuti che non arrivano, o tardano ad arrivare, dallo Stato (dallo Stato, non dalle banche) per alleviare la drammatica condizione di difficoltà per il presente e di incertezza per il futuro che il virus ha portato con sé.

Non c’è stata soltanto l’incredibile débâcle dell’Inps nei giorni delle domande per i 600 euro, che non appartiene alla categoria degli eventi di natura inevitabili giacché, che si sarebbe creato quel “tappo” mostruoso, era prevedibile e qualcuno avrebbe dovuto preoccuparsene in tempo, invece di indire una specie di folle corsa a chi presentava la domanda per primo. È tutta la strategia di intervento finanziario della mano pubblica che deve essere rapidamente aggiustata se si vuole rispondere all’esigenza che il segretario del PD Nicola Zingaretti ha còlto lucidamente invocando la necessità che “gli aiuti arrivino al più presto e direttamente (sottolineatura nostra) nelle tasche dei cittadini”. Benissimo, ma non basta limitarsi a raccomandare – come fa – “più coraggio e meno burocrazia” e aggiungere che “Conte si è impegnato a eliminare lentezze e i passaggi inutili nell’amministrazione pubblica e a controllare che le banche facciano altrettanto”: un riconoscimento che sa anche un po’ di esortazione. L’arrivo dei soldi promessi come sovvenzioni e, ancor di più, di quelli che dovrebbero essere erogati in forma di prestiti dalle banche stanno arrivando, quando arrivano, con esasperante lentezza e ciò provoca un disagio foriero di guai. E non c’è solo il problema delle lungaggini. L’impressione è che sia necessario andare ben oltre e rivedere almeno alcuni dei criteri fondamentali di quella strategia. Soprattutto uno: il rapporto tra sovvenzioni a fondo perduto e incentivazioni al ricorso ai prestiti dal sistema bancario, cui come sappiamo è stata assicurata la copertura di una sostanziosa garanzia dall’erario.

Materia complicata

La materia è complicata, ma il ragionamento può partire da un’osservazione molto semplice. Nel confronto che il governo italiano sta sostenendo a Bruxelles sull’enorme sforzo finanziario che l’Unione europea si sta caricando sulle spalle con il progettato Recovery Fund, Conte e il ministro Gualtieri si battono, insieme con i loro colleghi di altri paesi, perché il rapporto tra sovvenzioni dirette e prestiti (mediante obbligazioni e/o garantiti dal bilancio comunitario) sia bilanciato più a favore delle prime che dei secondi. Perché in patria si tende invece a fare il contrario? Perché l’aiuto alle persone e alle imprese deve passare in forte misura per le banche? Forse – è una risposta possibile –  perché è troppo forte, ancora, la suggestione del nostro scomodissimo passato di ultimi della classe in materia di debito pubblico e disciplina di bilancio. Tutti ricordano l’estrema prudenza con cui a Roma all’inizio della crisi si preventivò il volume delle spese: venticinque miliardi, si diceva. Poi gli ordini di grandezza sono saltati dappertutto. Perfino la Germania si adagia tranquillamente ormai dentro previsioni del rapporto deficit-Pil su cifre che avrebbero provocato un infarto agli economisti d’antan e anche il cerbero della Bundesbank Jens Weidmann predica oggi la necessità di spendere, mentre i funzionari della Commissione europea incaricati di studiare lo schema del Recovery Fund ragionano in trilioni, ovvero migliaia di miliardi. D’altronde siamo in guerra, si dice. Il che non è vero sotto tanti profili ma sotto quello finanziario sì. Quando Winston Churchill convocò il Cancelliere dello Scacchiere prima di dichiarare guerra alla Germania di Hitler gli chiese quanto c’era in cassa, non quanto avrebbe potuto spendere senza andare in rosso.

Insomma, siamo troppo prudenti nelle spese? Contiamo troppo sui prestiti e sul ruolo delle banche e troppo poco sugli aiuti diretti, quelli che arrivano subito e senza intermediazioni? Cerchiamo di rispondere confrontando le risposte alla crisi in fatto di intervento pubblico dell’Italia con quelle di alcuni dei nostri partner.

Che cosa fanno gli altri

In Francia sono in atto aiuti in liquidità alle persone e alle imprese sia attraverso proroghe delle scadenze erariali e contributive sia con un supporto finanziario diretto per le piccole e medie imprese e per i lavoratori indipendenti. Questo sostegno sarà esteso a tutto il periodo in cui deriveranno i danni prodotti dall’emergenza. I beneficiari delle sovvenzioni sono le imprese con un massimo di 10 dipendenti e un giro d’affari annuo inferiore a un milione di euro la cui attività si è interrotta a causa dell’emergenza sanitaria oppure a marzo è risultata inferiore di più del 70% rispetto all’anno precedente. Questi aiuti vengono erogati a fronte della semplice richiesta delle imprese stesse, oppure con l’abbuono di obblighi fiscali. L’aspetto più interessante del sistema, e quello che lo rende molto più appetibile di quello italiano, è la sua rapidità. Le persone interessate si sono viste accreditare i soldi che dovevano ricevere direttamente dall’agenzia erariale e direttamente sul conto in banca. Per una miriade di proprietari di ristoranti, bistrot, caffè, studi professionali, aziende di servizi, piccoli alberghi è stata un’iniezione di liquidità che in tanti casi ha rappresentato la salvezza. Con la stessa rapidità vengono erogati i supporti al salario dei lavoratori costretti ad orario ridotto. Ci sono poi misure che riguardano le banche e che sono volte ad accrescere la loro attitudine a concedere prestiti: la cessazione degli obblighi di accantonamento, il divieto di fare vendite di titoli allo scoperto e altro.

In Germania il governo federale ha dato sussidi a fondo perduto a tutti i piccoli imprenditori le cui imprese operano in tutti i settori economici, ai lavoratori indipendenti e agli appartenenti alle professioni liberali che siano rimasti senza entrate a causa dell’emergenza covid-19. Le erogazioni avvengono “in modo veloce e senza burocrazia”, assicurano gli uffici del governo federale, dietro presentazione di una richiesta in uno degli sportelli che sono stati aperti all’uopo in tutti i Länder e consistono in cifre fino a 9 mila euro per persone singole o imprese con 5 dipendenti o meno e fino a 15 mila euro per le imprese tra 5 e 10 dipendenti.  In tutto, soltanto questa misura ha comportato finora una spesa di circa 50 miliardi. Questa cifra è parte del Corona-Krisenpaket aggregato con una legge apposita al bilancio federale del 2020 che ha un valore stimato di circa 1100 miliardi di euro: una enorme disponibilità di denaro che farà aumentare notevolmente il debito pubblico tedesco, e andrà a coprire, oltre ai sussidi diretti detti sopra, un aumento considerevole del Kurzarbeitgeld, ovvero la cassa integrazione per i lavoratori saltuari o part-time, l’assistenza diretta o l’erogazione di sussidi alle famiglie in difficoltà economiche e un poderoso programma di acquisti di attrezzature sanitarie. Va ricordato, a questo proposito, che proprio la buona disponibilità di materiale sanitario, e in particolare di strumenti per le terapie intensive, ha consentito alla Germania, a giudizio dei più, di limitare il numero dei morti nelle fasi più acute dell’epidemia. C’è da segnalare, inoltre, il potenziamento del KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau), un ente finanziario pubblico simile alla nostra Banca Depositi e Prestiti, che con una dotazione di più di 800 miliardi è chiamato a sostenere le banche e le grandi aziende.

A differenza di Francia e Germania, la Spagna ha messo in campo finora risorse alquanto contenute, sull’ordine dei 9 miliardi di euro. A parte le spese che riguardano direttamente l’apparato sanitario (aumento di un miliardo del bilancio del ministero della Sanità, 2,8 milioni di anticipazioni di cassa alle regioni per le misure anti-virus, 110 milioni alla ricerca di farmaci e vaccini), le spese che andranno in erogazioni dirette sono la creazione di sussidi di disoccupazione speciali per chi ha perso il lavoro a causa dell’epidemia, la copertura dal 60 al 75% di un aumento della base su cui calcolare l’indennità di malattia e un bonus per i lavoratori autonomi.