In Germania l’avevano
previsto e i posti letto
ora non mancano

La Germania aveva fatto le prove generali. Nel 2007 tremila funzionari di sette ministeri, di sette Länder e della cancelleria federale parteciparono a una esercitazione davvero profetica: si simulava l’evenienza di una gravissima epidemia di tipo influenzale proveniente dall’Asia. Il morbo si sarebbe diffuso in Germania a partire da una serie di focolai e avrebbe richiesto un massiccio ricorso ai ricoveri ospedalieri. Le analogie (per fortuna) finiscono qui perché nella finzione il morbo immaginario avrebbe contagiato un milione di persone provocando centinaia di migliaia di vittime, mentre il Codiv-19, almeno fino ai dati disponibili ieri, in tutta la Repubblica federale ha fatto ammalare un po’ più di 26 mila persone e i morti sono stati 117.

Malati lombardi trasferiti nella Repubblica Federale

Poco più di cento su oltre venticinquemila. Fatti i conti, in Germania muore circa lo 0,1% dei contagiati, infinitamente meno che in Italia (5% circa), e molto meno anche che in tutti gli altri paesi colpiti dall’epidemia. Certo, il Cortonavirus fa molta paura anche qui, ma la situazione può essere affrontata con una maggiore scioltezza rispetto ai paesi vicini, e soprattutto all’Italia. Tant’è che ieri il ministero federale della Salute ha comunicato ufficialmente che nell’ambito dell’operazione Cross gestita dalla Protezione civile verranno accolti in ospedali tedeschi, in Baviera o in Renania-Westfalia, 8 malati provenienti dalla Lombardia. Con un provvedimento simile, alcuni malati francesi sono stati trasferiti in strutture sanitarie del Baden-Wuerttemberg. Potrebbero essere i primi passi di collaborazioni più consistenti, con trasferimenti ancora più significativi tra i paesi europei.

Come si spiega il dato dei decessi contenuti rispetto ai contagi? L’esercitazione tenutasi 13 anni fa c’entra qualcosa? Gli istituti scientifici stanno cercando una risposta, stando bene attenti a non creare illusioni nell’opinione pubblica tedesca, giacché, come ha spiegato il professor Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institut (RKI) il più importante istituto di ricerche epidemiologiche del paese, nei prossimi giorni i numeri sono destinati a cambiare in peggio.

Il professor Lothar Wieler

Vedremo. Intanto il governo di Berlino, dopo che la cancelliera ha tenuto un inedito e drammatico discorso alla nazione e poi si è messa in autoquarantena, e i Länder, che hanno ampi poteri nel sistema federale tedesco, stanno passo dopo passo percorrendo la strada che noi in Italia conosciamo bene: progressive chiusure di scuole, fabbriche e uffici, inviti pressanti a stare in casa, serrate di parchi e aree giochi, repressione di chi disobbedisce. In più, rispetto all’Italia, c’è un ricorso assai più massiccio ai test con i tamponi. Secondo i dati del RKI si viaggia su una media di 160 mila a settimana. Evidentemente non c’è lassù un problema di carenza dei tamponi.

Le spiegazioni possibili

L’impiego a tappeto dei controlli con i test è certamente una delle spiegazioni del “mistero” rappresentato dalla bassa percentuale di decessi rispetto ai contagi. È evidente che tanto più si allarga la base delle persone controllate tanto più si scoprono contagiati e tanto più abbassa l’incidenza percentuale delle morti. La spiegazione però non regge più di tanto se si considerano le cifre assolute. Per quanto sia in atto una massiccia campagna di controlli sulla presenza del virus, non pare che le cifre dei contagiati registrati siano tanto drammaticamente più alte che in altri paesi.

Una spiegazione più convincente va cercata nel modo in cui vengono catalogati i decessi. Il dibattito che c’è stato da noi sull’opportunità o meno di distinguere tra morti “per” Coronavirus e morti “con” Coronavirus è stato presto chiuso in Germania in modo draconiano e diverso da quello adottato in Italia: vengono attribuiti al Cofid-19 soltanto i decessi sicuramente non attribuibili ad altre patologie. Anche questa spiegazione ha però un punto debole: a parte l’Italia, gli stessi criteri di classificazione adottati nella Repubblica federale sono utilizzati anche da altri paesi, che presentano però tassi di letalità ben più alti di quelli tedeschi.

Il discorso alla nazione di Angela Merkel

C’è infine un terzo dato su cui i ricercatori si soffermano: l’età media degli ammalati in Germania è molto più bassa che in Italia (47 anni contro 63) e relativamente più bassa che nel resto d’Europa. Malati più giovani, ovviamente, rispondono meglio alle cure e hanno più probabilità di sopravvivere. Giusta osservazione, ma restano da spiegare le ragioni per cui i contagiati tedeschi sono tanto più giovani. Le differenze in fatto di età media in generale tra la Germania e l’Italia non sono poi così drammatiche. Il nostro è notoriamente un paese di vecchi, ma non è che la Germania sia un giardino d’infanzia… Qualcuno ha provato ad abbozzare una risposta, abbastanza fantasiosa, secondo la quale i primi focolai d’infezione si sarebbero formati intorno a persone che rientravano dalle vacanze invernali:  settimane bianche o viaggi in Italia, in Francia o in Spagna. Tutte mete frequentate da persone relativamente giovani. Può essere, ma finora questa ipotesi non ha trovato riscontri.

Insomma, le tre circostanze citate sopra sono ciascuna una parte della spiegazione, ma certamente non la esauriscono. Ci dev’essere dell’altro. Questo “altro” lo si può cercare forse nel sistema ospedaliero. Il servizio sanitario pubblico in Germania non è proprio perfetto, sotto il profilo della qualità e della professionalità degli operatori è sicuramente inferiore (per esplicita ammissione dei ricercatori tedeschi) a quello italiano, ma ha una sua specifica qualità: l’abbondanza di posti letto. Un’abbondanza che è particolarmente generosa nei reparti di terapia intensiva. Qui prima che iniziasse la crisi la differenza in meglio rispetto agli altri paesi era evidente, e lo era particolarmente nei confronti del nostro paese: 28 mila posti nelle rianimazioni contro i 5 mila che aveva l’Italia quando è cominciata l’affannosissima corsa a realizzare nuove postazioni dopo lo scoppio dell’epidemia.

L’importanza dell’esercitazione

Questa differenza tra la Repubblica federale e l’Italia in materia di posti letto ospedalieri è sicuramente il frutto delle scelte politiche compiute in passato. Non solo in Germania non ci sono stati i tagli alla sanità che hanno martoriato le nostre strutture pubbliche, ma la politica ha seguito la strada della programmazione. Ecco che allora torniamo alla domanda posta all’inizio. Forse quella esercitazione c’entra proprio con quello che sta succedendo nell’emergenza attuale. Allora si studiarono concretamente non solo i fabbisogni di posti letto, normali e in rianimazione, che sarebbero stati necessari per far fronte a una grande epidemia, ma anche il sistema di gestione e di comando che si sarebbe dovuto adottare. Ne uscì uno schema che venne chiamato “Lütex” e che in sostanza indicava come per gestire la crisi si dovesse costruire un sistema centralizzato che superasse la divisione delle competenze e anche la separazione federale dei poteri di governo. Allora sembrava fantascienza ma non è proprio quello che servirebbe oggi?