In Campania il PdR
si legge De Luca

Non la natia Toscana, dove pure il leader ha scelto di correre nell’uninominale (a Firenze). E nemmeno le rosse Emilia Romagna e Umbria. Nossignore, si direbbe a Napoli: dopo l’ultimo strappo con le minoranze il baricentro, il “cuore” del PdR, il partito di Renzi, risulta spostato di quattro-cinquecento chilometri più a Sud. In Campania. Qui il Partito democratico a immagine e somiglianza del suo segretario ha deciso di giocarsi la carta di una rimonta che, allo stato dei sondaggi, avrebbe del miracoloso. La parola chiave, brutta e cacofonica a pronunciarsi, ma straordinariamente esplicativa, è: contendibile. La Campania lo è molto, molto più delle altre regioni, perché il centrodestra èdebolissimo (i soliti casini giudiziari e una classe dirigente ridotta a indistinguibile ologramma), e la forza d’attrazione dei 5Stelle di Giggino Di Maio, è in qualche modo assorbita e ridimensionata dal masaniellismo movimentista dell’altro Giggino, de Magistris.

Non è assolutamente un caso che lui, il leader, sia capolista nel proporzionale per il Senato nel collegio Casoria – Napoli. E che due big, altrettante pietre d’angolo del PdR, il ministro dell’Interno Marco Minniti, calabrese di Reggio Calabria, e il presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo Gianni Pittella, lucano di Lauria, siano stati piazzati in testa ai listini plurinominali, il primo alla Camera, il secondo al Senato, in quello cheper il PdR è da considerarsi il “collegio dei collegi”. Campania 2 Salerno. Eh sì, perché per avvicinarsi al punto più baricentricodel PdR, laddove esso s’incontra (e si fonde) con il suo “partito gemello”, il PdDL, Partito di De Luca, non bisogna fermarsi al nord della Regione, Caserta e Napoli.E nemmeno avventurarsi troppo in quelle che Manlio Rossi Doria definì “le terre dell’Osso”, dove pure il segretario Pd ha ricucito con – nientemeno che – Ciriaco De Mita, candidandogli il fido nipote Giuseppe nell’uninominale Camera ad Avellino. Macché. Per arrivare al “cuore” del PdR, o perlomeno al punto più prossimo, bisogna scendere fin nei possedimenti deluchiani, qualcosa a metà strada tra il Granducato e un’asiatica repubblica popolare autonoma.

Se rimonta (o tentativo di) dovrà essere, questo il ragionamento del leader, essa non potrà che partire da qui. Dall’unico posto d’Italia, cioè, dove il Pd riesce a tenere a distanza di sicurezza sia il centrodestra che i 5Stelle. Mentre la scissione di Mdp e la formazione di LeU rischiano di rimanere due fenomeni elettoralmente irrilevanti:la composizione delle liste, avvenuta in un clima di guerra guerreggiata, taglia fuori gli ex Pd raccolti intorno ad Antonio Bassolino, caduto sotto il fuoco (amico) dei veti incrociati. Ora più d’uno potrebbe vedere nella candidatura di Piero De Luca (uninominale a Salerno e capolista nel proporzionale a Campania 2 Aversa-Caserta) e in quella del “sindaco delle fritture” Franco Alfieri (uninominale Agropoli e Sud Salerno) il prezzo che il PdR, il Partito di Renzi, ha dovuto pagare al PdDL, il Partito di De Luca.

E’ consigliabile, però, capovolgere la prospettiva: il calcolo costi (il possibile danno d’immagine in prospettiva nazionale) – benefici (le ricadute locali) fa pendere nettamente la bilancia dalla parte dei secondi. Se non è casuale – e tale non è – l’operazione è ben congegnata. Tutto il resto, come dice la famosa canzone, è noia. Renzi, probabilmente, porta a casa la pelle, evitando il tracollo completo.

De Luca rischia di passare alla Storia come l’uomo che salvò il Pd dall’estinzione, favorendone l’evoluzione in PdR. Conoscendolo, avrà già calcolato l’ammontare esatto del dividendo che incasserà il 5 marzo…