Imparare a disubbidire:
la lezione civile di Venturi e Foa

L’8 settembre 1943, l’annuncio dell’armistizio, colse due amici a Superga, nella collina torinese. Si trattava di Vittorio Foa e Franco Venturi: 33 anni il primo, 29 il secondo. Foa, da circa due settimane, aveva appena riscoperto la libertà, dopo una lunga reclusione iniziata nel 1935, quando era stato arrestato dalla polizia fascista per attività cospirativa. A un suo compagno di cella aveva lasciato un libro, la Scienza nuova seconda di Giambattista Vico, con una dedica che anche oggi, nella situazione inedita che stiamo vivendo, può essere utile leggere: “per varie e diverse vie, che sembravano traversie ed eran in fatti opportunità”. Cercare sempre di trasformare le difficoltà in opportunità.

Venturi aveva alle sue spalle un percorso diverso. Suo padre, Lionello, era stato uno dei tredici professori universitari che non avevano giurato fedeltà al regime fascista. Aveva perso la cattedra di Storia dell’Arte all’Università di Torino ed era emigrato in Francia con la famiglia, all’inizio degli anni Trenta. A Parigi Franco si era laureato in storia dando inizio alle sue ricerche sul Settecento e sull’Illuminismo, a cui ha in seguito dedicato tutta la sua vita diventando uno dei più grandi storici del Novecento. Sempre a Parigi aveva aderito al movimento di Giustizia e Libertà e si era formato politicamente e culturalmente lavorando al fianco, tra gli altri, di Carlo Rosselli ed Emilio Lussu. Nel 1940, dopo avere assistito all’ingresso dell’esercito nazista in Parigi, aveva tentato di raggiungere il Portogallo per imbarcarsi verso gli Stati Uniti e raggiungere il resto della sua famiglia. Alla frontiera franco-spagnola era stato però arrestato e rinchiuso nelle carceri franchiste prima di essere trasferito in Italia e assegnato al confino nel sud dell’Italia, dove era restato sino all’8 settembre. A soli 29 anni, dunque, aveva vissuto da vicino avvenimenti fondamentali della storia del Novecento: nello stesso periodo in cui Foa era richiuso nel fondo di un carcere.

Eppure, quel giorno, il loro giudizio coincideva: “per varie e diverse vie” erano giunti al momento decisivo, il momento della scelta. Un’altra protagonista della Resistenza in Piemonte, Bianca Guidetti Serra, ha spiegato come, per diventare una partigiana, avesse dovuto “imparare a disubbidire” contro chi esercitava il potere utilizzando la violenza e la repressione. Disubbidire come atto di libertà, in un contesto storico e psicologico che Franco Venturi descrisse con efficacia poco dopo la fine della guerra: “E oggi quando brandelli dell’Italia del Ventennio riaffiorano, ci sorprendiamo tutti a rimpiangere l’epoca in cui le divisioni erano nette, in cui le case bruciate dividevano la morte dalla vita. […] I partigiani soltanto di rado scendevano in sé stessi per trovare una formula alla loro rivolta contro un mondo inaccettabile, un mondo che li aveva gettati in montagna, soli, a tu per tu con la vita, con la morte. […] C’era qualcosa di profondamente giustificato in questa ritrosia, in questo riserbo. […] Un senso di necessità stava in fondo a questa creazione di libertà, una serena accettazione del fatto di essere finalmente dei fuorilegge in un mondo impossibile”.

Essere fuorilegge in un mondo impossibile”: ho sempre trovato questa frase di Venturi una delle immagini più belle per descrivere il senso profondo della scelta partigiana. Dovremmo sempre cercare di capire e svelare quanto ci sia di inaccettabile nei mondi in cui viviamo e avere l’autonomia e la forza di sentirsi “fuorilegge” rispetto ad essi, di non accettarli come inevitabili ma riconoscerli appunto come “impossibili”. Anche alla vigilia di questo complicato 25 aprile 2020 dobbiamo essere capaci d’interrogarci sul modo più efficace di trasmettere la memoria della Resistenza, senza nasconderci quanto sia sempre più complicato riuscire a farlo. In questa riflessione Vittorio Foa ci può aiutare. Nel 1995, a Torino, parlò a un pubblico di studenti liceali, come testimone, a cinquant’anni dal 25 aprile 1945:

Ho vissuto molto a lungo e dunque ho molte cose da ricordare. Di questo mi accade di parlare con giovani e giovanissimi. Da tempo, da alcuni anni ormai, mi accorgo che quando parlo delle vicende della mia vita nella quale mi pare di aver vissuto dei valori nobili come quelli dell’uguaglianza, della libertà, della solidarietà della tolleranza, quando, per esempio, racconto della Resistenza o di altre esperienze […] quei ricordi possono informare e magari commuovere, ma scivolano sopra la testa di chi li ascolta, non toccano la mente […] forse nelle cesure della comunicazione intergenerazionale conta modo anche il modo di raccontare. […] Non si aiutano i giovani di oggi ad affrontare i mali di oggi dando loro come esempio l’antifascismo di ieri. Li si può invece aiutare dando loro ampia fiducia a risolvere i problemi della vita di oggi […] quando è difficile progettare non interessa molto ricordare. Che bisogno c’è della storia quando si vive alla giornata, quando la percezione del tempo si appiattisce sul momento? E questo oggi non riguarda solo i giovani, riguarda tutti e anche, purtroppo, la vita politica, chiusa sul contingente“.

Sono considerazioni che la crisi attuale rende ancora attuali e utili per pensare il “mondo impossibile” che il coronavirus ha in qualche modo svelato: “E l’invito a pensare – per concludere sempre con delle parole di Foa – ha secondo me un valore assoluto, invitare la gente a pensare è l’unica cosa che valga la pena di fare“.