Immigrati, smettiamola
d’inseguire post-verità

Quando l’intolleranza e la violenza colpiscono in modo feroce e fascista è impossibile non cominciare innanzitutto da una condanna, e anche da una violenta repulsione. Questo sentimento di civiltà politica deve rimanere sempiterno. Peraltro, qualcuno che, afferrata un’arma, apre il fuoco su gruppi anche grandi di persone ricorda scenari lontani dai nostri, come quelli nordamericani, e incute ancora più angoscia.

Ma, appena è possibile una riflessione, ci si deve chiedere se questi rigurgiti e, soprattutto, la reazione di terrore che provocano non vadano affrontati anteponendo il ragionamento e la conoscenza dei dati. I dati hanno i loro grandi limiti, non devono condurre a trascurare o a disdegnare lo sgomento e le ansie che nonostante i dati rimangono, ma è sempre opportuno partire da essi per trovare una strada. Ad esempio, la vicenda di Macerata, l’assassinio della giovane ragazza con problemi di dipendenza, le indagini ancora non concluse e la reazione dell’assassino razzista e fascista sui cittadini immigrati, confermerebbe in sé la sensazione di una società priva di controllo e preda del disordine violento.

Ma come si può evitare di ripetere che così non è? Che gli atti violenti in Italia, e i reati in genere, non sono in aumento e non mostrano comunque alcun legame con l’incremento della presenza di cittadini stranieri? L’Italia della crisi, della precarietà sempre più inevitabile per tutti, dell’impoverimento delle classi medie, della crescente diseguaglianza e della calante mobilità sociale è tuttavia un paese nel quale, ad esempio, gli omicidi sono diminuiti costantemente da livelli già comparativamente bassi rispetto a molti altri paesi avanzati e democratici. Anche la violenza familiare (per il femminicidio sulle donne) è in lieve diminuzione, ma siccome molte violenze avvengono comunque in famiglia, sottraendo questi dati da quelli non allarmanti di violenza in genere, se ne trae che nulla è più falso della lamentela standard: “con questa immigrazione si ha paura a camminare in strada”.

E tuttavia questo non deve condurre a disprezzare le ansie che permangono ma a domandarsi caso mai perché nonostante tutto esse sono tanto facilmente alimentabili. Deve indurre a cercare la strada dell’empatia, se si è un politico e si vuole rifondare una sinistra quasi scomparsa, ma al tempo stesso rifiutando la semplice resa alla “post-verità” del “se la gente sente questo la verità allora è questa”. No, la sinistra deve tenere sempre un diverso atteggiamento, una diversa strada sia dal puro disprezzo liberal per i “sentimenti del volgo” sia dall’orgia dell’allarme politicamente, scientemente causato.

Per esempio, i dati ci dicono che la nostra società è nonostante tutto ancora dotata di spazi di civiltà e tolleranza, di quotidiana distanza da una violenza che forse è avvertita in modo angosciante per altre cause. Sapere questo significa che l’approccio di riforma della società è ancora valido, che non tutto è caos e emergenza, necessità di un polso forte che metta tutti d’accordo. La riforma sociale ed economica però va reclamata seriamente e con urgenza, perché, ad esempio, l’aumento delle diseguaglianze può significare che se le medie statistiche smentiscono il marasma criminale, tuttavia per certo alcune periferie del Paese possono sentirsi abbandonate, non necessariamente alla criminalità (anche) ma certo al degrado e all’isolamento esistenziale. Quando si parla di maggiore investimento nella domanda interna non si parla solo di rimettere in moto un elemento essenziale di un’economia tutto sommato capace di competitività internazionale (e di surplus) ma anche e soprattutto di risorse verso questi problemi: trasporti, riqualificazione, ordine pubblico, illuminazione, lavoro degno di questo nome.

Inoltre, una politica che voglia rifondarsi davvero deve sapere che senza la mediazione dei sindacati e dei partiti democratici e senza la loro continua presenza come interlocutori nelle periferie e in tutto il territorio la cultura politica oscilla, vacilla, decade e genera le più amare sorprese. Si ricordino sempre gli anni Settanta, con una società in preda a violenza molto superiore e multiforme (dalla criminalità al terrorismo più quotidiano davanti alle scuole, oggi impensabile) e che però teneva alla grande sotto controllo le reazioni dell’opinione pubblica conducendole verso atteggiamenti costruttivi e anche ammirevoli.

La triste realtà è che a quel tipo di politica presente, nei programmi e nella organizzazione partecipata e prossima, si è sostituita la lista elettorale volante e caduca. Pessima abitudine confermata purtroppo in queste elezioni. Anche a sinistra. Bisogna tornarci sopra e lo faremo.