Immigrati, pensiamo
alle leggi razziali del 1938
e non chiudiamo gli occhi

I sindaci che sospendono l’applicazione del Decreto Salvini su sicurezza e immigrazione (convertito in Legge 1 dicembre 2018, n. 132) fanno molto bene a dubitare della costituzionalità della norma. E quanti, a partire dal ministro ma senza escludere i “legalisti” di ogni parte politica, li richiamano ad attuare la legge in silenzio sbagliano per temerarietà o per miopia.

L’applicazione della legge potrà dare luogo a incidenti di costituzionalità: c’è la possibilità di adire alla Corte Costituzionale laddove, all’interno di un procedimento giudiziario anche di tipo amministrativo, chi fosse colpito dagli effetti della legge o gli stessi sindaci che disapplicando la norma sul diniego dell’iscrizione all’anagrafe si trovassero di fronte al giudice ordinario, potrà sollevare davanti alla suprema Corte i forti dubbi di legittimità costituzionale. Dubbi che sono stati già espressi da eminenti costituzionalisti come il prof. Onida, già presidente della Corte Costituzionale, che ha rilevato come l’iscrizione all’anagrafe sia un diritto fondamentale. E allora tanti temi potranno attirare la giusta attenzione, come la disapplicazione della norma interna per contrasto con il diritto europeo, il contrasto con le convenzioni internazionali e la loro inderogabilità anche da parte dei parlamenti nazionali, nonché ovviamente il contrasto con alcuni dei principi fondamentali contenuti nella Costituzione (da quello di eguaglianza fino a quello di non discriminazione).

Ma, intanto, vi saranno esseri umani che soffriranno ingiustizie, perderanno diritti che dovrebbero competere loro in quanto persone e non in quanto cittadini di uno Stato, che saranno più esposti a rischi per la loro salute, per la loro vita stessa. Non solo; nel frattempo si farà ancora strada l’assuefazione e il consenso a politiche disumane che condizioneranno l’applicazione della legge in senso restrittivo. Intanto, accadrà che delle persone, titolari di alcuni diritti e prerogative, improvvisamente, dalla sera alla mattina, si vedranno privati di quei diritti e si scopriranno fuorilegge. Avverrà, cioè, quello che è accaduto a migliaia di cittadini italiani all’indomani dell’approvazione delle Leggi Razziali nel 1938.

Sì, è così: il parallelismo con quella vicenda è impressionante e, ovviamente, va valutato non per i suoi esiti finali giacché conosciamo quelli che seguirono le Leggi Razziali del 1938 ma non quelli che seguiranno le norme odierne. La “soluzione finale”, lo stesso antisemitismo e il fascismo come regime totalitario di massa non si manifestarono all’improvviso, come una sorta di big bang reazionario; si sono bensì affermati gradualmente, poggiando su normative e leggi, sostenute da un’abile costruzione di consenso sociale attorno ad esse, che costituirono la base legale del razzismo. E, anche nel caso delle Leggi Razziali del 1938, furono pochi i coraggiosi magistrati o uomini delle istituzioni che seppero vedere per tempo i segnali del mutamento e ancor meno quelli che obiettarono, disapplicarono, si ribellarono alle leggi fasciste.

Eppure il clima politico e quello culturale, le norme, che precedettero quelle razziali del 18 settembre 1938 contenevano le loro inequivocabili premesse e attestano una tetra attualità con vicende italiane di oggi. Basti pensare al censimento su base razziale che richiama l’analoga proposta di Salvini per i Rom; ai linguaggi violenti di politici e alle vignette che, come accade oggi sui social media, crearono l’humus sui cui ha prosperato il consenso alle leggi razziali; o, ancora, alle discriminazioni su base razziale. Propaganda, politica e leggi alimentarono paure e frustrazioni; si costruirono fondamenti scientifici delle leggi razziali (il Manifesto della Razza redatto dal fior fiore delle Università italiane, la rivista “Il diritto razzista”). In un crescendo di differenziazione, discriminazione, emarginazione, deportazione, si arrivò alla tortura e alla eliminazione, ma tutto inizia con l’abbandono del principio di uguaglianza formale dei cittadini che pure era contenuto nello Statuto Albertino. Nessuno (o troppo pochi) si oppose o fece obiezione a queste leggi; tutti (o troppi) accettarono la legge e l’applicarono in modo pedissequo. Il silenzio di fronte al fare strame dei principi democratici dell’ordinamento, l’ermeneutica giuridica italiana che accolse passivamente la tesi della legalità formale delle norme discriminatorie, furono complici – di fatto – del degrado della democrazia in un regime dispotico. Ne scrivono con dovizia di particolari Marcello Pezzetti e Antonella Meniconi nel libro Razza e inGiustizia – Gli avvocati e i magistrati al tempo delle leggi antiebraiche.

Non possiamo permetterci il lusso di correre il rischio, per la seconda volta in un secolo, di chiudere gli occhi e voltarci dall’altra parte mentre il male avanza. Cosa diremo ai nostri figli e nipoti? Forse che abbiamo solo agito secondo la legge? Che non potevamo non applicare la legge? Che l’ordine legale è un valore superiore ad ogni altro? O che dovevamo preoccuparci prima di tutto dei “nostri” concittadini?