Gli immigrati merce di scambio nella campagna elettorale

Il rinvio all’autunno dell’approvazione definitiva della legge sullo ius soli, il diritto alla nazionalità italiana per i nati in questo Paese, come si riconosce in tante parti d’Europa, è stato accolto come un successo da parte della destra, come una sconfitta da vari pezzi della sinistra e del centrosinistra (anche renziano), come una prova di buon senso da parte di alcuni commentatori (vedi il Corriere della Sera), secondo i quali sarebbe stato assurdo mettere a repentaglio la sorte del governo in un frangente tanto difficile. Proprio ora che si è al centro di trattative con i partner europei in tema di immigrazione e di nuove norme, di fronte ad una opinione pubblica ostile, per varie ragioni, tra conti economici da regolare, con un calendario legislativo tutt’altro che leggero (vaccini e banche), con altre polemiche alle porte, dentro e fuori la maggioranza. Realismo politico, questo il verdetto. Tanto varrebbe ammettere che non si sa che cosa fare…

Aggiungiamo il costume, non solo italiano in verità, di non marciare diritti ma di aggiustare le scelte da compiere in funzione elettorale o preelettorale. Il tema ius soli, infatti, brucia e un passo come questo può creare o distrarre consenso. In una situazione d’emergenza, vera o presunta, vale di più la seconda ipotesi. “Votare questa legge con un brutto clima come quello che c’è ora nel Paese sui migranti sarebbe un errore”, avrebbe detto per telefono Paolo Gentiloni a Matteo Renzi per spiegare lo stop. Brutto clima: i sindaci che protestano, gruppi di cittadini italiani che alzano barricate, Unione europea che si direbbe indifferente quando non armata a difesa dei confini dei singoli Stati, di fronte al materializzarsi di una “ondata”, di una “invasione”, sempre evocate, che ora si rappresentano nella sequenza dei barconi carichi di migranti. Tutto questo mentre la destra, da Casa Pound alla Meloni di Fratelli d’Italia a Salvini, offre le sue soluzioni: facili, parolaie, manesche.

Le soluzioni facili non esistono, soprattutto se i flussi migratori s’ingrossano all’improvviso, non seguono i percorsi lenti del passato, quando tuttavia già si gridava all’emergenza e quando, ancora a destra naturalmente e da parte della lega di Bossi, Calderoli e Borghezio, si invocavano le cannoniere. L’immigrazione verso l’Italia dura ormai da decenni, ma l’Italia non è mai uscita dall’emergenza e dall’improvvisazione, dalla confusione, in alternanza tra eccessi buonistici e propositi, proclami e leggi draconiane. Hanno contato e pesano la strumentalizzazione, qualcosa che appartiene più all’ideologia che al pragmatismo. Ma ha contato e pesa ancora la cattiva informazione. Pensate alla favola delle malattie, quando i primi esposti alle malattie sono proprio gli immigrati. I numeri intanto. Dovrebbero, proposti correttamente, chiarire che non abbiamo mai dovuto temere ondate o invasioni, per la semplice ragione che la dimensione dell’immigrazione in Italia è sempre stata fenomeno assai limitato, ben più limitato di quello conosciuto da Francia, Germania, Gran Bretagna (ancora la percentuale di immigrati presenti in Italia, con i rumeni al primo posto, è inferiore rispetto a quegli altri paesi: l’8 per cento contro, ad esempio, il 12 per cento del Belgio e dell’Irlanda e addirittura il 13 per cento dell’Austria).

Cattiva informazione è anche confondere sindaci che protestano con ribelli antistato. L’Anci aveva sottoscritto con il ministero dell’Interno un accordo per la distribuzione degli immigrati tra i vari comuni italiani, ottomila, su base volontaria. La protesta significa contrasto con sapore razzista (anche in questo caso per non scontentare gli elettori), ma nasce probabilmente anche dalla cattiva organizzazione: nessun sindaco potrebbe accettare di ritrovarsi decine di immigrati in piazza all’improvviso. Discutere, convincere, verificare le possibilità di accoglienza e crearle queste possibilità. Una gestione disordinata e autoritaria disorienta e lascia solo voce a chi si oppone, chi non accetta, chi approfitta, chi specula impunito. Mettiamoci gli abusi e le speculazioni denunciate e i sospetti, che hanno colpito anche le Ong. La corruzione non si impone limiti.

Si dovrebbero studiare e attuare programmi di inserimento, di cultura, di avviamento al lavoro: non c’è niente di peggio per alimentare la demagogia che una scena continua di immigrati questuanti o nullafacenti. Perché non farli lavorare? Ma andrebbe spiegato ai molti che lo chiedono che ai richiedenti asilo la legge non consente di lavorare (a meno che la loro domanda non venga esaminata entro sei mesi: in questo caso il permesso di soggiorno provvisorio viene rinnovato e il lavoro diventa possibile).

Infine la nostra Europa: molte delle richieste del governo italiano hanno una ragione, ma potrebbero avere una ragione anche i dinieghi. Le questioni vere sono l’assenza di condivisione, la rinuncia o il rifiuto di una gestione partecipata e comune della nuova immigrazione. L’immagine che ci tocca è di un’Europa sorda se non nemica, chiusa, xenofoba: i muri sono stati alzati quando si aprì il corridoio balcanico. Il filo spinato al posto delle strategie. Siamo al fallimento dell’Europa. Un altro fallimento, tra i tanti. Esiste ancora l’Europa? Mettiamoci anche nei panni dell’uomo qualunque che popola i sogni di vittoria di Grillo e Salvini.

Il fallimento è anche di quella cultura della razionalità che era stata almeno da due secoli l’anima del vecchio continente, quella cultura che nel rigore avrebbe potuto rintracciare strade comuni e certe e che invece ha ceduto all’irrazionalità, ai sentimenti più oscuri, all’egoismo, all’opportunismo. Una tragedia vissuta come un’opportunità per sfruttare, per i soldi o per i voti, alla vista di un’opinione pubblica che non sa di storia, che ignora la solidarietà, impaurita e incanaglita, di una società che paga la crisi o la scomparsa di quei valori che un tempo si dicevano di sinistra. La ragione ci dovrebbe far intendere almeno che quel giovane che ci chiede l’elemosina sta meglio qui che nel suo paese d’origine: almeno non rischia la vita, almeno mangia e sopravvive.