Ilva, un ingresso pubblico può sventare la chiusura devastante per il Paese

Non siamo notai che ratificano gli accordi fatti da altri. È paradossale che una multinazionale come ArcelorMittal cambi i piani e parli di esuberi a fronte di un accordo sindacale vincolante.

Il tema per noi, al di là della vicenda giudiziaria che si muoverà per canali propri, resta l’accordo del 6 settembre 2018 siglato con l’azienda. Le multinazionali non sono un sovrastato e non possono decidere la politica industriale, occupazionale e ambientale del Paese, né tantomeno decidere di andarsene quando vogliono anche se abbiamo assistito ad un atteggiamento in qualche modo contraddittorio e incauto del governo riguardo alla scudo penale.

Non c’è dubbio che sulla vicenda pesano le questioni relative all’andamento dell’acciaio sul mercato globale che fa registrare un oggettivo calo della domanda, anche se è da rilevare che è un settore da sempre ciclico. Scontiamo una condizione molto complicata, in particolare per i rapporti tra Cina e Stati Uniti che nel marzo del 2018 hanno introdotto un dazio del 25 per cento sull’acciaio cinese. In questo contesto va segnalata la scarsa capacità dell’Unione di darsi un’adeguata protezione commerciale. Il tema dei dazi, tuttavia, è stato elemento di discussione in fase di trattativa e ArcelorMittal per le sue dimensioni lo aveva considerato fisiologicamente non problematico.

L’acciaio sconta una sovracapacità produttiva di carattere strutturale che è questione complicata da affrontare perché impone una ridefinizione degli assetti complessivi su scala globale, con un orientamento dei grandi gruppi che tendono, così come in altri settori, a concentrarsi fortemente anche dal punto di vista degli assetti proprietari. Bisogna fare un salto in avanti non solo sul piano dei volumi produttivi, ma anche su quello della qualità della produzione. Tutto il settore metalmeccanico dipende in maniera decisiva dalla fornitura dell’acciaio. Stiamo parlando di un prodotto che rappresenta la leva fondamentale di uno degli assi portanti del modello di sviluppo di questo Paese. Il livello di devastazione che produrrebbe l’ipotesi di chiusura dello stabilimento di Taranto, che rappresenta l’1,4 per cento del Pil dell’Italia, non voglio nemmeno prenderlo in considerazione. Le ricadute nell’approvvigionamento in settori quali l’automotive e meccanica sarebbero devastanti. Il Paese si troverebbe a poter produrre acciaio solo in alcuni stabilimenti al Nord e con i forni elettrici, ma mancherebbe quasi l’80 per cento della produzione nazionale di laminati piani. A quel punto si dovrebbe ricorrere massicciamente alle importazioni, a prezzi naturalmente molto più alti.

La Fiom insieme alla Cgil chiede da tempo che il Governo convochi un tavolo con la proprietà e i sindacati, perché per noi il punto è applicare l’accordo del 6 settembre 2018, che è stato approvato con voto segreto dal 93% di tutti i dipendenti del gruppo. Quell’accordo prevede 4 miliardi di investimenti sia per bonificare il territorio, sia per utilizzare le migliori tecnologie per produrre acciaio dentro un processo di innovazione ambientale e con l’obiettivo di garantire l’occupazione.

Riteniamo indispensabile un ingresso pubblico e riteniamo importante ripristinare le leggi che c’erano nel momento in cui l’accordo è stato fatto. A nostro giudizio l’ingresso pubblico è un modo per delineare il futuro della politica industriale italiana e rilanciare un’attività strategica.