Ilva, il governo si metta in ascolto

Le dichiarazioni dei giorni scorsi del ministro Calenda, con meno sfrontatezza narcisistica del suo ex premier Renzi, ma con eguale arroganza, rimandano ad un quadro in cui il governo sta prodigandosi per salvare l’industria italiana dell’acciaio mentre gli altri, tutti gli altri, seguono le percezioni fallaci (perché i parchi minerali saranno coperti tutti al 2020 e tanto i soldi ci sono) di chi è ottenebrato dagli allarmi ambientali e sanitari che i locali mettono al primo posto di ogni trattativa.

Il ministro, interrogato a Otto e Mezzo, ha promesso, avvertito, minacciato, ma in realtà, è in cuor suo consapevole del fatto che l’accordo di programma proposto dalla Regione Puglia e dal Comune di Taranto, presentato al Governo, non rallenta o blocca niente ma migliora un Decreto, l’ultimo del Governo, che è mancante su molti versanti. E non è con il ricatto della rimessa in discussione della vendita e della perdita di posti di lavoro, che si può accogliere la proposta del territorio tarantino.

E’ necessario mettersi finalmente in ascolto. Questo chiedono la Regione Puglia e la città di Taranto, che hanno presentato al Governo la proposta di revisione e miglioramento del Decreto e attendono un passo decisivo per potersi impegnare nel ritiro dei ricorsi al Tar. Il nodo gira intorno al piano ambientale perché per quel che riguarda il piano industriale dell’Arcelor Mittal per l’Ilva, che i sindacati hanno potuto leggere a novembre scorso, l’azienda mette sul piatto un impegno di spesa di 1,27 miliardi di investimenti. Ma su questo ambito i tavoli di trattativa non sono ancora partiti.

Tutto è legato all’evoluzione del conflitto che ha prodotto i ricorsi al Tar. Il Comune e la Regione Puglia spingono l’acceleratore su alcuni punti molto importanti, trascurati dal Decreto Gentiloni. Si chiede per prima cosa il coinvolgimento del ministero della Salute che finora era stato escluso da tavoli e accordi. Inoltre viene proposta la costituzione di un osservatorio permanente di monitoraggio e verifica e la richiesta di conoscere le garanzie finanziarie dell’acquirente. Infine si chiede l’avvio della decarbonizzazione, misura che il Governo, nel protocollo d’intesa, demanda ad uno studio di fattibilità a carico di Am Investco.

Si svela così e purtroppo, come, in nome di una vendita a tutti i costi, molte delle esigenze e richieste sanitarie, ambientali e industriali che erano prioritarie nel Decreto del 2014, sono state ridimensionate e addirittura eliminate costringendo il Comune di Taranto e la Regione Puglia a ricorrere contro il Governo. Nell’accordo di programma viene stabilita la valutazione preventiva del danno sanitario e viene proposta un’integrazione del programma, entro la fine di gennaio, che riguarda la messa in sicurezza, la bonifica, la mitigazione dei fenomeni erosivi e del ripristino ambientale delle aree dello stabilimento di Taranto che non saranno cedute all’acquirente. Inoltre si chiede ai commissari di saldare, sempre entro la fine di gennaio, tutti i debiti contratti con le aziende. Un articolo specifico, poi, viene dedicato agli indennizzi per malattia con la Presidenza del Consiglio e il Ministero per la Salute. Tutte questioni sulle quali i proponenti attendono quelle risposte che portino al ritiro del ricorso.

Che succederà al netto delle minacce strumentali e pretestuose? Forse nulla in questo periodo elettorale, anche se speriamo che la buona politica prenda il sopravvento, guardi oltre e si impegni da subito, in una trattativa al rialzo e non al ribasso, intorno all’accordo di programma, che rappresenta un buon punto di riavvio del piano Ilva.