Ilva-Arcelor Mittal:
era tutto scritto ancora
prima di cominciare

Arcelor Mittal se ne vuole andare da Taranto. Ma va? Ed è proprio Calenda, quel Calenda che da ministro dello Sviluppo Economico aveva agevolato, forzato, costruito ponti d’oro per arrivare all’accordo col colosso dell’acciaio, a pontificare oggi, su tutte le televisioni. Ma è stato proprio il suo governo a stendere tappeti d’oro a Mittal (che ha partecipato alla gara per l’Ilva in una cordata di cui faceva parte anche il gruppo Marcegaglia) tanto da averne agevolato la procedura di gara, così come stabilito un’istruttoria delll’Anac, ritornando indietro rispetto ai piani che avevano ispirato il vecchio decreto del 2014 il quale proponeva, tra le altre cose, una decarbonizzazione dell’impianto (che Mittal non prevedeva), verso più moderne soluzioni che avrebbero potuto assicurare, mantenendo tempi certi di ambientalizzazione dell’area (e quindi di uscita dall’emergenza inquinamento e mortalità) una riconversione ma anche un segnale importante e una virata strategica verso un futuro senza fossili.

Il governo gialloverde e lo scudo penale

Il quesito posto all’Anac dall’ex ministro dello Sviluppo Economico Di Maio aveva evidenziato infatti alcune importanti criticità che avrebbero potuto mettere a rischio l’intera gara, con cui si individuava la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia-Intesa come vincitrice. Ma nemmeno il governo gialloverde (i grillini ne avevano fatto una bandiera per la loro vittoria elettorale) ha avuto il coraggio di far saltare il banco e rimettere nella carreggiata giusta il piano di salvataggio degli impianti di Taranto. Così si è permesso a Mittal di iniziare la produzione, coperta da uno scudo penale che le ha consentito di operare con impianti fatiscenti e senza i minimi requisiti di sicurezza per gli operai. Nessuno si è sentito in grado, all’infuori della Regione Puglia e del suo governatore, di dire che “il re è nudo” e che ogni aspirazione di salvezza e di rilancio dell’Ilva è stato sacrificato sull’altare di un sistema industriale malato che non riesce a emanciparsi dagli aiuti istituzionali, salvo poi espatriare verso lidi più convenienti. E lo scudo penale è un bell’aiuto per chi ha il fiato sul collo della magistratura, ma può così, dilazionare la messa in sicurezza degli impianti e ritardare tutti i piani di ambientalizzazione. Finchè, l’arrivo dei primi riscontri sulla crisi della produzione, la magistratura fuori la porta anche per gli incidenti continui, alcuni mortali, a causa degli impianti a rischio per i lavoratori e la decisione, sempre del governo gialloverde, di togliere quell’immunità penale che ha permesso a Mittal di agire ritardando le prescrizioni che le spettavano, producono la retromarcia di oggi.

Una città al collasso

Mittal se ne vuole andare, fregandosene delle macerie e cercando di farla franca sui costi altissimi in termini di posti di lavoro. Sa bene che l’accordo stipulato con il governo Gentiloni agevolava l’impresa a scapito dello Stato e dell’Ilva, così come la Regione Puglia ha più volte denunciato, anche con un ricorso al Tar. La nuova proprietà non è in grado di ottemperare ai termini ormai ultimativi con cui la magistratura chiede di mettere a norma gli impianti e di portare avanti il cronoprogramma previsto dall’AIA del 2012 e mai portato a termine. E lascia la patata bollente al Conte 2, insieme alla bomba ecologica e sociale dell’Ilva. Uno stabilimento al collasso su cui tutti i governi che si sono succeduti hanno improvvisato soluzioni, accordato deroghe e dilazioni senza riuscire a prendere in mano la riconversione così come stabilivano le norme e l’AIA. E Taranto, la città oppressa dall’inquinamento, devastata dalle malattie dei sui abitanti costretti a respirare aria tossica, e gravata dai posti di lavoro a rischio, continua ad aver paura