Ilva, accordo sindacale “non indispensabile”

“L’accordo con i sindacati non è indispensabile per siglare l’acquisizione”. E’ questa l’amara verità del contratto tra Arcelor Mittal e commissari di governo per l’acquisto di Ilva, che riporta una clausola in cui si stabilisce che l’affittuario può rinunciare, dal 30 giugno, all’accordo con i sindacati.
Ovvero che Arcelor “dal giorno dopo avrebbe le mani libere come ‘condizione sospensiva’ per proseguire sulla strada dell’acquisto – come riportano fonti giornalistiche”. E’ quindi una corsa contro il tempo per i sindacati dei 14.000 lavoratori dell’Ilva, sospesi tra le proposte al ribasso del governo e la ghigliottina della clausola delle “mani libere” per Arcelor.

Si ha l’impressione che non ci sia nessuno a proteggere questi lavoratori. Non i sindacati ormai impotenti di fronte alle tagliole disseminate dai sistemi di imprese, non il governo che tende ad inseguire un risultato a breve termine per “incassare” un successo politico da spendersi nelle contese interne o nelle mire personali. E nemmeno le reti di protezione dei movimenti locali decimati dalla difficoltà del vivere di abitanti stremati da una battaglia per il lavoro e per un ambiente sano che non riesce a portare risultati e che mette gli uni (lavoratori) contro gli altri (cittadini).

La vicenda dell’Ilva di Taranto rappresenta plasticamente oggi la terribile metafora della vita di milioni di italiani, quelli costretti ai margini del sistema, in un ambiente degradato, sporco, invivibile, a contendersi, senza rete e senza protezione alcuna, gli scampoli di spazio e i lavori peggiori, laddove esistono ancora. I preziosi reportage di alcune trasmissioni coraggiose ci dicono proprio della fatica di vivere in un sistema protervo e arrogante, che si è dimenticato degli ultimi, anzi, gli dà il colpo di grazia per non farli rialzare.

Un’impresa titanica quindi, quella dei sindacati impegnati nella trattativa per garantire il maggior numero di posti, nella nuova società, per i dipendenti dell’Ilva. Una corsa contro il tempo da cui si è chiamato fuori il governo “contrariato” dal rifiuto dei sindacati alla proposta di trasferire immediatamente 10.000 mila dipendenti, ma lasciarne a casa altri 5.000. Una condizione “allettante” per Calenda, che, offeso, si è ritirato dalla partita. Improponibile per le sigle sindacali, e per i lavoratori. E nel mezzo, un indotto piegato dalle perdite, un sistema sociale e sanitario che deve far fronte sempre di più e sempre peggio alle conseguenze dell’inquinamento ambientale dell’area e un apparato politico e amministrativo impotente. Benvenuto al nuovo governo!