Illegalità e sessismo
tra i militari libici
addestrati in Italia

L’accordo Italia-Libia per il pattugliamento delle coste dello Stato africano e l’addestramento delle milizie, sostenuto dall’Italia con importanti risorse finanziarie, messo a punto dal governo Renzi e difeso dal primo governo Conti, è arrivato a scadenza in questi giorni, scoperchiando una palese contraddizione nella nuova maggioranza.

Da una parte l’area grillina convinta sulla sua riconferma, dall’altra, la sinistra di governo, da sempre schierata contro, costretta a ingoiare un nuovo rospo.  Perché di questo si tratta. Un accordo ignobile con cui si è cercato di bloccare le partenze dei migranti dalla Libia, infischiandosene della brutalità dei respingimenti. Lo dicono le Nazioni Unite che accusano la guardia costiera libica di sistematiche collusioni con i trafficanti di esseri umani e di aver creato dei veri e propri centri di detenzione governativa in cui i migranti vengono rinchiusi prima e dopo il recupero in mare in condizioni disumane, spesso vittime di stupri e torture. È proprio nei centri messi a disposizione dalla Marina Militare italiana che sono stati addestrati parte di questi miliziani libici, promossi a guardie costiere ed autori dei pattugliamenti e dei respingimenti finiti nei dossier dell’ONU ma anche denunciati da importanti quanto difficoltose inchieste di giornalisti coraggiosi.

Bija, capitano della guardia costiera e trafficante di uomini

Omertà

Su questi libici, il velo di omertà risale al periodo dell’addestramento in Italia, nel quale alcuni personaggi sono stati allontanati, in fretta e furia, dai centri militari in cui si stavano “formando”, per aver abusato di alcolici e aver molestato le donne del luogo. Ubriaconi e molestatori. Fatti messi a tacere per non alimentare una narrazione contraria all’accordo. Così come è avvenuto sui corsi tenuti dalla Marina militare a La Maddalena, da dove alcuni soggetti sono stati rimandati nel proprio Paese a causa di fatti analoghi. Naturalmente, tutto coperto da segreto militare e su cui non è dato indagare. Ma il paese è piccolo, la gente mormora e questi fatti hanno girato sulla bocca di tutti.

Anche sulla notizia dei costi di quest’accordo, su quanti miliardi sono partiti alla volta di Tripoli e quanti ne partiranno ancora per il deserto libico se l’accordo sarà rinnovato, nulla è dato sapere con certezza. Si parla di miliardi di euro tra equipaggiamenti, elicotteri, gommoni e armi per le milizie. Proprio loro. Libici scelti non si sa come, ma di cui si sa bene quale è stata l’attività criminale, una volta ritornati in patria: vessare, torturare, segregare i migranti e violentare le donne con ignobile sistematicità.  È dal 2014 che questi miliziani vengono in Europa per addestrarsi! Non sono grandi numeri. Anzi. Sono, però, particolarmente significativi i segnali del loro passaggio, che lasciano un’ombra pesante su tutte le operazioni ufficiali che li hanno visti coinvolti.

L’operazione Sophia

In un primo tempo è stato per rispondere all’appello del governo di Tripoli, avanzato a Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Turchia, nell’ambito dell’iniziativa del ”G8 Compact” per la ricostruzione delle nuove Forze Armate e di sicurezza libiche dopo la caduta e la morte di Gheddafi, che arrivano, solo nel nostro Paese, 340 libici per addestrarsi secondo un programma, allora interamente finanziato dal Governo di Tripoli, che seguiva ad un accordo firmato a Roma il 28 maggio 2012 e che prevedeva, nel suo insieme, la formazione in Italia di più gruppi, scaglionati nel tempo, per un massimo di 2000 unità provenienti dalle tre regioni libiche: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Ma il flusso non si è più interrotto perché nel giugno 2015 viene lanciata l’Operazione Sophia, ufficialmente European Union Naval Force Mediterranean e conosciuta anche con l’acronimo EUNAVFOR Med. Quest’operazione esclusivamente militare avviata dall’Unione Europea per contrastare la tratta di migranti nel Mediterraneo in seguito ai disastrosi naufragi avvenuti all’inizio del 2015, aveva, tra i suoi scopi, quello di addestrare i militari libici, a spese della comunità internazionale, per promuoverli a guardia costiera e ufficialmente impiegarli per combattere gli scafisti, ma, nella realtà usarli per i respingimenti. Ed è in base a questa brillante idea dell’addestramento in Europa che ci siamo messi in casa il fior fiore della feccia libica che si è distinta, nei luoghi dell’addestramento, per ubriachezza, per aver molestato le donne del posto, per ogni genere di schifezza.

Non si può far finta di nulla

Naturalmente di questi gravi fatti non si sa nulla ufficialmente, ma nei Paesi in cui questa gentaglia è arrivata, le voci sono state più forti del segreto di Stato. In Inghilterra, dove l’esercito britannico prevedeva di addestrare duemila libici tra i quali molti ex miliziani che avevano combattuto contro il regime del colonnello Gheddafi, guerriglieri o più spesso banditi cui Tripoli aveva offerto un lavoro nelle forze armate, è stato sospeso, ad un certo punto, il programma di addestramento, dopo che si erano manifestati innumerevoli problemi disciplinari e comportamentali difficilmente digeribili dai rigidi protocolli del British Army. Pochi i dettagli resi noti ma pare che i problemi sorti nella caserma di Bassinbourn, nel Cambridgeshire, che ospitava le reclute provenienti dal Paese nordafricano, siano stati davvero tanti, inclusi casi di reati penali e violenze sessuali.

Anche in Italia, dove, prima la ministra Pinotti e poi la ministra Trenta hanno benedetto le operazioni a sostegno del Programma e la continuità di Sophia, oggi, con il ministro Di Maio, si decide il rinnovo dell’accordo, nel più assoluto e colpevole silenzio. Nulla si deve sapere. Fino ad oggi nemmeno era chiaro se le figure e i ruoli di libici/militari/scafisti/ coincidevano in qualche anello della catena, perché scafisti non se ne prendono mai. Fino ad oggi però. Perché l’inchiesta dell’Espresso e le parole del guardacoste e presunto trafficante Abdurahman al Milad, nome di battaglia Bija, hanno squarciato il velo del silenzio mettendo a nudo le gravi responsabilità dei nostri ministri, e dello Stato, impegnato, in questo ultimo anno, a combattere le ONG e ad alimentare l’insofferenza degli italiani nei confronti degli arrivi degli immigrati, a scopo di consenso elettorale. Non è più tempo, quindi, per far finta di nulla. Il Memorandum (così lo chiamano) non può e non deve essere riproposto. L’importanza e la dignità della nostra storia non ce lo consente.