Il virus ci porta via i ventenni degli anni sessanta

Quasi sedicimila vittime in Italia, sulle 65.000 registrate nel mondo. Il virus ha le sue stranezze ma a morire sono soprattutto loro, i vecchi. L’età media dei pazienti deceduti e positivi a Covid-19 è stata stimata in 79.5 anni per gli uomini e 83.7 per le donne. Se ne sta andando, nel silenzio che si mischia al fragore della tragedia, una parte importante di un’intera generazione.

Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di uomini e donne appartenenti ad un passato ormai remoto.

Sono i ventenni degli anni Sessanta, i ragazzi e le ragazze dello sbarco sulla luna, della contestazione studentesca, delle prime minigonne, dei juke box che suonano le canzoni dei Beatles, di Mina, Battisti e Celentano.

Una generazione istruita anche dalla televisione del maestro Manzi e del Non è mai troppo tardi, mentre Pier Paolo Pasolini scriveva sui fatti di Valle Giulia e Martin Luther King veniva ucciso da un sicario sul balcone del Motel Lorraine di Memphis davanti alla stanza 306.

Una generazione che cantando le canzoni di Bob Dylan ha marciato contro la guerra, bruciando le cartoline di precetto davanti ai distretti militari mentre gli aerei B52 americani bombardavano le pianure del Vietnam.

Sono i giovani della primavera di Praga, dei pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos alle olimpiadi di Città del Messico, di Jan Palach che a Praga si dà fuoco per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

I ragazzi e le ragazze di Woodstock e Piazza Fontana, di Genova, Reggio Emilia, Avola e Battipaglia.

Gli studenti ed operai uniti nelle lotte dell’Autunno caldo, del Natale in Piazza del 1960, della lunga marcia dello Statuto.

Sono i bambini usciti dalla guerra che hanno ricostruito l’Italia.

Non sono numeri, non sono statistiche. Non sono lo specchio in fondo rassicurante del “se muoiono solo i vecchi non può toccare a me”. Sono i nostri papà e le nostre mamme, i nonni e le nonne dei nostri figli.

“Quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca”, recita un antico proverbio. Ed è vero, non è retorica. Il Coronavirus ci sta togliendo più di quanto oggi riusciamo a razionalizzare.

Ci sta privando dei nostri affetti, spesso tragicamente senza neanche la possibilità di un ultimo saluto, ma ci sta anche togliendo il nostro passato, la nostra memoria. Ed in un momento in cui il futuro ci fa tanta paura, i ricordi – i bei ricordi – e le storie, individuali e collettive, sono forse la cosa di cui abbiamo più bisogno.