Il Vicenza, fuori un’altra

Ai tempi della Terza Rivoluzione Industriale del calcio, quella che, per dirla con Marco Bellinazzo che di queste cose se ne intende, porta all’esasperata “finanziarizzazione” delle società, ai tempi di Neymar al PSG per 222 milioni di euro (tranquilli, pare che il brasiliano possa già tornare indietro, al Real Madrid però, se Ronaldo saluterà i blancos), ai tempi di una vendita sospetta di un club dal nome nobile come il Milan, risulta un esercizio inutile – e tutt’al più emotivo – versare lacrime per un club che muore. Un altro.

Quante belle storie abbiamo visto cancellate dai fallimenti e da altro dagli anni Novanta ad oggi? Si dirà: ma quelle esclusioni sono servite a fare pulizia, a togliere di mezzo masnadieri e giocatori delle tre carte che si erano (e si sono) impossessati delle società di calcio non avendo un euro in saccoccia o combinando imbrogli di ogni tipo (vedi Parma). Mica tanto. Cancellazioni e sanzioni non hanno scoraggiato imprenditori scrausi e maneggioni senza scrupoli.

Ora pare che tocchi al Vicenza, una piazza storica del nostro calcio, la squadra che fu di Paolo Rossi e di Roberto Baggio, il Lanerossi Vicenza come si diceva tanto tempo fa. La società veneta è sull’orlo del baratro, piena di debiti, non paga gli stipendi ai calciatori da mesi, c’è una richiesta di fallimento da parte della Procura. Il tribunale ha nominato un amministratore pro tempore esautorando di fatto il proprietario e aprendo così un piccolo spiraglio di speranza. A dicembre è sparito il Modena. E prima ancora il Parma. E il Venezia, la Spal, il Como, il Varese, la Triestina, il Pisa, il Messina, la Salernitana, il Siena, il Latina. L’elenco non finisce qui. Molti club, una volta sanati i conti, sono rinati (gli esempi clamorosi sono stati Napoli e Fiorentina) ed hanno risalito la corrente.

Viene da chiedersi però che cosa facciano i controllori federali (la Covisoc) e le Leghe, tutti quelli che dovrebbero certificare la salute economica e finanziaria di un club e dare l’ok dopo aver visionato i bilanci. Queste crisi non fioriscono all’improvviso. Modena e Vicenza stavano male già da tempo. Il Vicenza è nel girone B della serie C. Se dovesse fallire, sarebbe il secondo club (il primo è stato il Modena, come si è detto) ad essere cancellato a campionato in corso. E’ un torneo regolare, questo? E’ legittimo decidere, mentre si sta in campo, che le retrocessioni verranno abolite perché il campionato non ha più lo stesso numero di squadre che vi partecipano?

La serie C dovrebbe essere un serbatoio per il calcio maggiore e per la nazionale. Quando si parla di crisi del nostro calcio, stropicciandosi gli occhi davanti alla tv per partite spettacolari come Liverpool-Manchester City, bisognerebbe, al punto 1, azzerare ogni cosa e mettere mano a riforme serie, scioccanti. Ad esempio, cominciare a dire qualche “no” alle società in deficit o in situazioni nebulose. E non temere rivolte di piazza. E non subire pressioni politiche o malavitose.

Sennonché i futuri presidenti in pectore del calcio sono invece tutti impegnati in questi giorni a tessere la tela per l’elezione. A promettere. Ci è stato risparmiato Lotito. Eppure gli aspiranti “premier” – Gravina e Sibilia, che sembra in pole position, ma il “commissario” resta dietro l’angolo – si portano dietro fardelli imbarazzanti: società fallite in serie C, scandali e scandaletti, violenze e cancellazioni tra i dilettanti. Tutta roba che non li turba. In attesa di nuovi fallimenti.