Il valore della parola vittima
del coronavirus

In principio era il Verbo/ e il Verbo era presso Dio/ e il Verbo era Dio… Non sapessi che si tratta dell’inizio del Vangelo di Giovanni, pensassi ad un romanzo, direi senza imbarazzo che si tratta di un incipit tra i più belli della letteratura di ogni epoca. Al pari, per quanto mi riguarda, di “Chiamatemi Ismaele” (Moby Dick). Ovviamente ne avrei altri da ricordare di incipit. Una poesia: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”. Una volta, in un articolo per l’Unità, Giovanni Giudici, uno dei più bravi (non dico “grandi” per rispetto della sua autoironica modestia) si provò a smontare e rimontare quel verso leopardiano. Alla fine concluse (e condusse tutti noi a questa conclusione) che non si poteva scrivere altrimenti: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”. Ancora: “Uno spettro s’aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo”. Formidabile esercizio retorico (“straordinaria struttura retorica”, scrisse Umberto Eco) di Marx e di Engels, per finire dimostrando che il comunismo non è uno spettro: lo spettro è una favola raccontata dai potenti per spaventarci contro ogni ragione, il comunismo è “modo di vedere”, è “tendenze”, è “finalità”.

Le parole sono pietre

Ovunque , in queste poche citazioni, s’avverte il valore della parola: fondamento della storia umana ben prima della creazione, definizione d’esistenze individuali, costruzione di una ideologia e di una rivolta. Insomma la parola è vita. In un film degli anni cinquanta di Carl Theodor Dreyer , “Ordet” (La parola), la parola, quella evangelica, resuscita una donna morta di parto.

Più prosaicamente, Carlo Levi ci ammonisce: “Le parole sono pietre”. In uno dei suoi splendidi reportage dalla Sicilia, devastata dalla miseria e dall’ingiustizia, incontra Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, contadino, sindacalista e socialista, assassinato nel 1951 dalla mafia mentre tornava dai campi. Francesca Serio dice semplicemente: “Le lacrime non sono più lacrime ma parole e le parole sono pietre”. Pietre da scagliare nel tribunale di Palermo, dove si tiene il processo ai presunti colpevoli, in una sfida a Cosa nostra, alla legge del feudo, alle complicità del potere istituzionale.

Parole che sono pietre e che rimandano, quasi in un segnale di contraddizione e di incompiutezza, a quelle che aprono, in un altro esemplare modo di cominciare, la nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Vorrei risalire agli atti, per capire quale lavorio, quale dibattito si aprì per individuare ogni termine, quali limature, per giungere ad una simile sintesi, che diceva tutto allora sul futuro del nostro paese, quanto tempo abbiano trascorso su quella frase i costituenti, comunisti, democristiani, liberali, azionisti (forse a loro pensava Scalfari scrivendo di liberal socialismo?), socialisti, rappresentanti del partito dell’Uomo qualunque e di altra mezza dozzina di formazioni. Otto parole (mi risulta concordate tra Fanfani e Togliatti), che occupano una riga e mezza (così nel testo originale): la forma repubblicana dello Stato che si realizza nella democrazia e nel lavoro, cioè nell’impegno, nella responsabilità, nel contributo di ogni cittadino.

La  Costituzione nata nella Resistenza

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati…”. Parole che anni dopo Piero Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione, rivolse a un gruppo di giovani raccolti presso la scuola Umanitaria di Milano. Parole che dicono di un altro inizio, quando cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, monarchici, liberali, giovani senza partito si erano ritrovati per combattere il nemico comune, fascisti e nazisti.

Ci siamo lasciati alle spalle il 25 Aprile che è stato celebrato ancora con emozione e partecipazione, come mai era accaduto, in un mese però che ricorderemo, come altri mesi, per il coronavirus (a prescindere dal senatore La Russa e dalle sue baggianate). Il tempo del coronavirus lo ricorderemo come un tempo tragico, che tra le tante colpe potrà vantare anche quella d’averci trascinato nella corrente di uno smisurato fiume di sciocchezze, di invenzioni, di falsità, fino al mare della chiacchiera libera, condannando la parola alla marginalità se non al silenzio.

Logorrea da coronavirus

Si obietterà che succede da tempo, che il fenomeno è vecchio, che il consumismo e il degrado culturale hanno colpito anche la comunicazione, ma l’incertezza della malattia e dei rimedi, le difficoltà (prevedibili) della politica, la forzata clausura e la forzata teledipendenza (dal bisogno di essere informati all’ansia di occupare ore vuote), hanno ingrossato le acque, favorendo la più smodata logorrea per i rami della sanità, dell’economia, della politica, della storia, una licenza all’esternazione da social, da carta stampata, da talk show, senza timore dell’ignoranza, anzi orgogliosamente cavalcando la propria ignoranza. Basta con i libri, tuttalpiù si ricorre a internet.

Abbiamo letto e ascoltato esperti autentici (di frequente sovrastati nei siparietti televisivi dal clamore degli ospiti concorrenti e dal solito esuberante Floris) e presunti esperti in gara, millantatori di ogni genere, giornalisti e commentatori tuttologi, imperiosi conduttori onniscienti, politici saccenti quanto spesso inetti, abbiamo appreso che la candeggina disinfetta, che il fumo fa bene, che le mascherine non servono, che le mascherine servono, che il vaccino ci sarà tra due mesi, che il virus è un complotto da laboratorio, che la tisana è miracolosa, che anche la papaya guarisce, a morte il mes, viva l’Italexit, eccetera… secondo racconti guidati dalla presunzione, dal sentito dire, pure dalla legittima speranza che lascia intravedere dietro una fandonia un roseo orizzonte, ma che a volte è impossibile non immaginare ispirati da qualche forma di conflitto d’interessi, magari solo per l’appartenenza ad una scuderia piuttosto che a un’altra, o solo per una scontatissima ambizione di notorietà (ecco l’invenzione che ricama la storia e la cronaca come fossero oggetti da manomettere a proprio gradimento, la provocazione che promette celebrità, pour épater le bourgeois, come declamava Baudelaire). Quando la scuola non funziona (da decenni ormai) e fanno scuola Vespa, Giletti, Severgnini e compagnia onnipresente nel carosello delle solite facce e delle incompetenze.

Il coronavirus ha ucciso venticinquemila persone (chissà quante alla fine), ha steso l’economia, ha imposto sofferenze, ha contribuito al sabotaggio dell’informazione (in crisi da decenni, peraltro). Ha pure distrutto la “parola”. In principio era il Verbo, ci stiamo avvicinando al nulla.