Il V-day tra le fanfare,
in prima fila anche chi
ha distrutto la sanità

In pochi hanno resistito alla tentazione del V-day, che vale lo sbarco in Normandia sulle spiagge invase dagli invisibili virus che ci tormentano da un anno almeno, invisibili anche se ben presenti ai nostri occhi, virus effigiati come palline tonde e rosse dalle quali spuntano peduncoli: la fantascienza ci ha da tempo abituato a tutto.
Il V-day dunque, “in tutta Europa”, come una settantina di anni fa, e non poteva essere diversamente, ed è “un primo spiraglio di luce”, mentre per giunta s’attende la “sciabolata artica”, prediletta definizione per temperature che s’aggirano tra uno e cinque gradi. “La battaglia è lunga”, perché occorre una “campagna di massa” e si prevedono “sei mesi per piegare il virus”, quanto servì all’Armata Rossa per cacciare da Stalingrado i nazisti. Tanto è vero che si sono mobilitati “soldati e carabinieri”, che rappresentano “l’antivirus d’Italia”. Ma attenti alla “variante inglese”, che evoca non solo “il paziente inglese” dell’incolpevole Michael Ondaatje, ma anche la perfida Albione di nostrana memoria.

Motociclisti in armi

Ho citato i titoli di alcuni giornali, Corriere, Repubblica, Stampa, Giornale, Fatto quotidiano, giusto per testimoniare il clima in cui mi pare si viva l’arrivo del miracoloso vaccino di Pfizer e dei suoi prossimi cugini (magari anche del cugino cubano, di cui “strisciarossa” aveva dato notizia per prima). Sembra di ricadere in sequenze di tempi ormai lontani e ben più tragici, non so… gli Alleati che entrano a Roma sulle loro camionette, distribuendo cioccolata e sapone, mentre i furgoni carichi di fialette arrancano tra monti e valli, scortati dai motociclisti in armi, fino allo Spallanzani… Con l’inevitabile giubilo e con le inevitabili medaglie che non mancano all’annuncio della fine di qualsiasi guerra, quando si fanno avanti tutti.

Solo che in guerra, malgrado le tante metafore che vi alludono, malgrado la riemersione di una antica passione italiana per le divise, proprio non ci siamo stati, per quanto i morti siano stati tanti, troppi: non ci è mai mancato il pane, siamo stati sempre assistiti, non abbiamo saputo rinunciare ai cenoni e allo shopping e neppure alla discoteca.

Tuttavia nel giorno fatale, che qualcuno ha già proposto di candidare a nuova festività nazionale, giusto per prolungare il ponte tra Natale e Capodanno, come non rivendicare i propri meriti, come rinunciare ai proclami, come disertare i luoghi dove si celebra l’inizio di una nuova era… Così, ad esempio, il “governatore lombardo” Fontana e il suo assessore al welfare Gallera, dopo aver contribuito alla demolizione della sanità pubblica lombarda proseguendo nel lavoro dei predecessori Formigoni e Maroni, non hanno rinunciato alla prima fila a Niguarda, in tempo per accogliere le preziose celle frigorifere, in un giorno speciale, “fondamentale”. Chissà, in giro per l’Italia, mano a mano che la distribuzione continuerà, quante altre autorità, quanti altri nastri e quante bandiere tricolori. La patria si è destata e nell’etere s’irradia, per citare il presidente Conte, un messaggio di fiducia verso l’Europa tutta e verso l’Italia, naturalmente, che si prepara a rinascere con un fiore, perché alle vaccinazioni non s’é mancato di attribuire un titolo, “L’Italia rinasce con un fiore”, un fiore, una primula disegnata dall’archistar Boeri, che campeggerà sui tendoni destinati ad ospitare l’operazione. Qualcuno, il commissario Arcuri o uno dei suoi, dovrà spiegarci la necessità di tali tendoni infiorati, non solo ricorrendo alla nostra vocazione al design e al barocco. Non sarebbero bastati ambulatori, ospedali, caserme, magari sobrie tende militari?

Una prova per le regioni

L’attenzione dei media è tutta per i primi iniettati, coraggiosi, chissà se davvero fortunati: l’infermiera romana, il medico torinese, il dottore di Lodi che ebbe modo di curare il presunto “paziente zero”, pure il presidente della Regione Campania De Luca, fotografato ansioso in poltrona mentre lo infilzano e mentre si becca oltre l’ago (per dare il buon esempio) anche gli insulti del sindaco De Magistris: “Indegno abuso di potere”. Ma dai, Luigi, tu sei giovane, puoi aspettare, arriverà il tuo turno. Che dovremmo dire noi, che dovremo assistere alla inoculazione del liquido santo nel braccio del dottor Zangrillo, che già nel maggio scorso preconizzava: “Il Covid dal punto di vista clinico non esiste più”. Adesso ci ha spiegato che si vaccinerà, come è ovvio, quando il vaccino arriverà nel suo ospedale, il San Raffaele: “Non partecipo a passerelle”. Veleno contro il suo più combattivo rivale televisivo, il professor Massimo Galli, che aveva garantito: “Mi farò vaccinare subito”. Come gli spetta peraltro, lavorando in un ospedale dove si curano malattie infettive.

Dopo il giorno memorabile, dopo il turno del presidente De Luca e del professor Galli, della giovane sanitaria dello Spallanzani e del collega di Milano, verranno i turni degli altri, probabilmente senza botti, deponendo linguaggi belligeranti, via via sempre di più nella ruotine che consegue alla ripetitività dell’impresa. Sarebbe curioso sapere come tutto ciò si combinerà e per quanto tempo ancora, dopo gli ospedalieri, i carabinieri, gli ultra ottantenni con patologie, gli ultra settantenni… Curiosità per noi, la vera prova per le nostre regioni, quando le bandiere cesseranno di sventolare e le trombe e i tromboni taceranno.

Speriamo abbia ragione l’Avvenire che domenica titolava: “Eppure è storia d’amore”, cogliendo un suggerimento molto qualificato, di Papa Francesco, l’unico che ricorda sempre i poveri, gli “scartati”, i bambini che soffrono nei paesi in guerra, la violenza dei terroristi e trova pure una parola per consigliarci la vaccinazione e perché sia davvero per tutti, contro le leggi del mercato che premiano i ricchi e prima che un altro virus, il virus dell’individualismo radicale, vinca e ci renda indifferenti.