Il tramonto
del renzismo

Da qualche settimana va di moda, sui giornali, la gara a chi interpreta meglio il suo cambiamento. A chi carpisce i segreti della sua svolta, offre qualche retroscena, riporta la frase a effetto che segnerebbe il suo passaggio da una fase all’altra. Il protagonista di questa presunta Grande Mutazione è Matteo Renzi che, spiegano i nazarenologi, dopo l’infilata di sconfitte subìte ora si appresterebbe a cambiare scena e anche ruolo e, con il piglio di un Fregoli, tenterebbe di togliersi di dosso – con alti e bassi come dimostrano alcuni toni battaglieri usati domenica alla chiusura della festa di Imola – gli abiti del “cattivo” per indossare quelli, più adatti ai tempi, del “buono”. Qualcuno l’ha ribattezzata “modalità zen”.


Quindi: è finito il tempo dei “gufi”, del tormentone di “quelli di prima” colpevoli di ogni nefandezza, del “gettone telefonico infilato nell’iPhone” usato per attaccare la Cgil e del “ciaone”? Così sostengono gli esperti di cose renziane. E citano episodi che confermerebbero la nuova vita del segretario del Pd, tra le quali un invito a un convegno rivolto persino a Susanna Camusso.
Ma è davvero così? Cioè, davvero Renzi ha cambiato strategia? E soprattutto: quanto è possibile cambiare strategia per un leader politico che ha subìto diverse sconfitte, tra le quali quella clamorosa del referendum sulla riforma costituzionale? In sostanza: si può, dopo essere stato l’uomo forte, il decisionista, il leader aggressivo che non scendeva a patti con nessuno e litigava quasi con tutti, diventare l’uomo del dialogo, il leader dei convegni unitari, delle alleanze aperte e del gioco di squadra? La risposta non dipende ovviamente solo dalle capacità di Renzi, dalla sua buona volontà e dalla determinazione con la quale ci prova. Dipende anche, in buona misura, dalle condizioni politiche, dal contesto in cui un leader agisce.

Da questo punto di vista Matteo Renzi ha perduto la sua grande occasione. E, nel nuovo scenario, appare ormai un leader consumato. Questi tre anni vissuti alla guida del Pd e poi del governo lo hanno logorato per il semplice motivo che la sua strategia – accolta, non dimentichiamolo, con il favore di quel 40% ottenuto alle elezioni europee del 2014 – si è rivelata nel tempo perdente perché non ha costruito né egemonia né consenso. Non ha prodotto alcun mutamento significativo in un Paese che, nonostante qualche timido segnale di ripresa, vive ancora una seria crisi economica. E nemmeno ha prodotto innovazione nel sistema politico che esce da questo triennio più frantumato di prima, senza una legge elettorale decente e con la prospettiva di una drammatica ingovernabilità dopo il voto della prossima primavera.

La sconfitta referendaria non è un incidente di percorso. E nemmeno la bocciatura dell’Italicum da parte della Corte Costituzionale. Sono invece i segni del fallimento di una scommessa politica che faceva perno sul dinamismo e sulla centralità assoluta del leader e per nulla sul ruolo che avrebbero dovuto svolgere i partiti e le forze sociali da una parte e il Parlamento dall’altro.  Renzi ha chiuso qualunque spazio di mediazione, di trattativa e di comunicazione e ha tentato di emergere come capo senza partito o con il partito ridotto al rango di comitato di sostegno: una platea di laudatores con il dito sullo smartphone pronti a twittare l’ultima frase del leader e una minoranza senza ruolo, mal sopportata e spinta verso l’uscita. Per questo il passaggio del 4 dicembre ha segnato – senza nemmeno uno spunto di seria riflessione – la fine di una stagione: perché il modello politico che Renzi ha incarnato – il renzismo – è stato travolto, nonostante il credito che gli italiani gli avevano concesso quando è apparso sulla scena nazionale.

 

E allora la domanda è semplice: può un leader sconfitto sperare di risorgere a nuova vita solo con un’operazione di cosmesi? Solo facendo qualche faccia cattiva in meno, solo stringendo qualche mano in più, solo allargando la platea degli invitati ai convegni oppure evitando di maltrattare gli avversari interni ed esterni? Può il segretario che ha subìto una scissione nel suo partito assumersi il compito di creare alleanze tra partiti diversi, nuovi rapporti politici e sociali, future convergenze governative fosse anche una grande coalizione? Può essere credibile?
La storia insegna che non è così. Che quando cambia la scena cambiano anche i leader. Così, solo per fare qualche esempio, De Gasperi dopo la sconfitta del centrismo alle elezioni del 1953 (quelle della “legge truffa”) si fece da parte e non guidò la tormentata nascita del centrosinistra e nemmeno Fanfani, dopo la batosta al referendum sul divorzio nel ’74, fu mai protagonista del tentativo di rispondere ai tumultuosi cambiamenti della società italiana coinvolgendo il Partito comunista nel governo del Paese. Lasciarono spazio ad altri leader più in sintonia con lo spirito del tempo. L’apprezzamento di cui gode Paolo Gentiloni nei sondaggi, ben oltre quello ormai modesto di Renzi, è la prova di questa regola storica e il segnale che il vento è cambiato.

Così va la storia e così va anche la cronaca. Bisognerebbe prenderne atto. Non esistono leader per tutte le stagioni. Se questo è difficile che lo capisca il leader coinvolto nel declino, è drammatico e preoccupante che non lo capisca (o faccia finta di non capirlo) il suo partito che solo qualche mese fa lo ha rieletto segretario. Perché così facendo il Pd rischia – soprattutto dopo la probabile sconfitta siciliana – di farsi trascinare nel baratro dall’ostinata resistenza di un uomo. Il quale, lo si è visto proprio in queste settimane di “modalità zen”, sembra aver esaurito ogni spinta propulsiva e non è più in grado di offrire nulla di nuovo a un Paese che aspetta qualcuno che non tenti di cavarsela ancora con il consumato appello al voto utile. Ma che gli spieghi dove andare e come andarci per evitare di finire nelle mani di una destra dominata da Salvini o di un movimento populista guidato da Di Maio.