Il “traditore” Don Masino Buscetta
che da mafioso diventa Padre

L’uscita de “Il Traditore” in coincidenza con l’anniversario della strage di Capaci ha spinto il regista, Marco Bellocchio, e l’interprete, Pierfrancesco Favino, a mettere le mani avanti, chiarendo che il film non è un’apologia di un mafioso, sia pure collaboratore di giustizia, Tommaso Buscetta. E in effetti non lo è. Quello che Bellocchio descrive è un mondo dove il male detta le leggi, è un contesto più o meno tribale o futuribile, dialettale o globalizzato, rispetto al quale don Masino Buscetta non è un corpo estraneo. Di quel male, il Buscetta di Bellocchio e di Favino è una variante.

C’è un motivo, però, per cui questo «traditore» – il Buscetta che il film ci consegna – suscita la nostra empatia. Ed è il fatto che incarna un archetipo: il Padre. Il Don Masino come l’ha visto Bellocchio nel suo soggetto, come l’hanno articolato lui stesso e Ludovica Rampoldi, Valia Santella e Francesco Piccolo nella sceneggiatura, come lo interpreta Favino, è un mafioso entrato da giovanissimo, in età da figlio, in Cosa Nostra, che ha metabolizzato e applicato al primo omicidio che gli è stato ordinato una legge che, lui sostiene, all’epoca valeva: mai uccidere un uomo se ha con sé un bambino, mai uccidere, quindi, un uomo mentre esercita il ruolo del padre, e poi è maturato come mafioso coltivando dentro se stesso quel ruolo, quell’archetipo, il Padre. Questo Buscetta detta legge nel suo mondo – la famiglia – perché è lui stesso la fonte della Norma: si fa così perché lui lo dice…

L’accusa peggiore che gli muovono i suoi sodali di mafia qual è? Aver abbandonato due dei suoi figli, pretesto per cui glieli ammazzano strangolandoli. E il Buscetta del film, che non concede a Falcone di chiamarlo “pentito”, di questo si pente: aver derogato al suo compito di padre.

E dunque, quel che di ciclopico, e di fragilissimo, c’è nel personaggio che Favino ci consegna è questa adesione a un ruolo che dai tempi delle tragedie greche è nella nostra cultura. Così si legge quel finale onirico del film: con un balzo nel sogno, Buscetta entra nel baglio dove l’uomo che doveva ammazzare quarant’anni prima non è più protetto dal figlio bambino, perché il bambino, cresciuto, proprio quel giorno si è sposato, l’uomo non è più insomma nelle sue funzioni di padre, ed ecco ora è inerme e può essere ucciso. Così si legge la scena amorevole: vecchio e malato il “padre” Buscetta si è addormentato all’aperto col fucile in mano, la moglie glielo leva – a cosa serve? – e a modo di donna lo protegge da ciò che lo minaccia davvero, dal freddo, con una coperta.

Dentro quel mondo di dannati che è la mafia, come questo film ce la descrive (quelle scene del maxi processo mimano il girone dantesco) , don Masino è un dannato anche lui, però ancora non ci è alieno in senso antropologico. E’ il Padre, è quell’archetipo, è la fonte della Norma, è Crono. Mentre i successivi – la mafia da cui lui si dissocia – non sembra abbiano più antropologia, non hanno più radice umana.
E dunque grazie a Bellocchio che ha letto in questo modo una vicenda che pareva che i verbali di processo e gli articoli di giornale e anche i libri ci avessero consegnato a 360 gradi. Guarda in quali stanze oscure e nuove ti porta la mafia se a leggerla è il regista dei Pugni in tasca e Nel nome del padre.