SPD, il tormentato sì
alla groβe Koalition

I socialdemocratici tedeschi hanno votato per la groβe Koalition. L’esito del referendum che i vertici della SPD avevano indetto tra gli iscritti al partito chiedendo di approvare o respingere l’ipotesi di una terza alleanza con la CDU e la CSU è stato molto chiaro: per il sì ha votato più del 65% dei circa 400 mila tesserati. Ora il cammino per la riedizione della grande alleanza è in discesa: a meno di, improbabili, ostacoli dell’ultim’ora, verso la metà del mese la Germania avrà un governo che sarà guidato da Angela Merkel, cancelliera per la quarta volta consecutiva (una in alleanza con i liberali e tre con i socialdemocratici).

Sarà un governo frutto di una gestazione lunghissima, sei mesi dalle elezioni del 24 settembre, che la dice lunga non solo sulle difficoltà delle trattative che sono state necessarie per trovare un accordo, ma anche sulle trasformazioni (in peggio) che ha subìto il sistema politico tedesco, per il quale i tempi della stabilità e delle certezze d’antan appaiono ormai ben lontani.

Per misurare quanto siano lontani, basta aprire gli occhi sulla composizione del Bundestag uscito dal voto di settembre e che, con la formazione del governo, comincerà a funzionare nella pienezza istituzionale. Il parlamento è composta da ben sette partiti, un livello di frammentazione assolutamente inedito per il sistema della Repubblica federale, che porrà problemi di equilibrio e di rappresentanza negli organismi, dalle commissioni parlamentari agli organi di governo dell’assemblea. Ma il dato più rilevante, e più drammatico, è che tolti i partiti che formeranno la maggioranza della coalizione, il gruppo più forte è quello di Alternative für Deutschland, il partito dell’estrema destra xenofoba, antieuropea e scandalosamente incline al revisionismo storico sul passato della nazione.

Questo aspetto è stato considerato poco nei commenti, almeno in Italia, ma proprio lo scrupolo a lasciare ai deputati di AfD il ruolo dei maggiori oppositori al governo federale è stato uno dei motivi per i quali, all’inizio, la SPD guidata allora da Martin Schulz aveva escluso categoricamente quello che poi è avvenuto, ovvero il sì alla groβe Koalition. Il primo partito dell’opposizione, infatti, gode di un forte “diritto di tribuna”. I suoi deputati intervengono per primi nei dibattiti, ha corsie privilegiate per la presentazione di leggi, ha diritto a molte presidenze di commissioni. Se non si troverà il modo di impedirlo, potremmo assistere, in futuro, a dibattiti in cui i temi imposti da AfD, dalla richiesta di uscire dall’euro o imporre ai paesi ad alto debito pubblico una moneta “dei poveri” a provvedimenti contro gli stranieri o gli islamici a rivalutazioni storiche dell’”onore” delle forze armate tedesche e sconcezze simili, verranno discussi dal parlamento di Berlino sotto gli occhi del mondo. Non sarà uno spettacolo piacevole.

La preoccupazione nei confronti degli estremisti di AfD non era certo il solo motivo per cui, subito dopo le elezioni, la SPD, allora abbastanza unita dietro al suo candidato, sconfitto, Martin Schulz, aveva rifiutato “categoricamente” la prospettiva di tornare alla grande alleanza. Nel partito, dalla destra alla sinistra, era diffusa l’opinione che proprio l’abbraccio con Frau Merkel ripetuto già per due volte fosse il motivo del crollo dei consensi in atto da tempo e ribadito così impietosamente dalle urne e che perciò non fosse proprio il caso di ricascarci per la terza volta. C’erano però delle voci che richiamavano la SPD al senso di responsabilità nazionale, cioè alla necessità di sacrificarsi pur di assicurare un governo al paese. La più autorevole era quella del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier. E fu proprio il presidente che, quando fallì per responsabilità dei liberali il tentativo della cancelliera di provare un’alleanza con gli stessi liberali e i Verdi (la cosiddetta “coalizione Jamaica”), fece la voce grossa con i suoi ex compagni della SPD perché accettassero di mettersi al tavolo di una nuova trattative con CDU e CSU. La decisione di accettare la terza GroKo fu approvata dopo una drammatica discussione nel congresso straordinario di Bonn del 21 gennaio e poi, come vuole lo statuto del partito, partì la consultazione della base.

Che cosa accadrà ora? Per quanto se ne sa, la CDU avrebbe già pronta la sua lista dei ministri. Tra gli altri, alla Difesa dovrebbe restare Ursula von der Leyen e all’Economia dovrebbe andare Perter Altmeier, collaboratore storico di Angela Merkel alla cancelleria. Per la Csu si profila un ruolo molto importante per il capo del partito Horst Seehofer, che dovrebbe assumere la guida di un ministero dell’Interno di cui verrebbero allargate le competenze a materie che fino erano prerogativa dei Länder e che (particolare un po’ inquietante) verrebbe intitolato alla “Heimat”, concetto tedesco che richiama la patria in termini piuttosto sentimentali e vagamente reazionari. C’è da considerare il fatto che nel Land di Seehofer, la Baviera, in settembre si terranno elezioni in cui la CSU rischia di perdere la sua storica maggioranza assoluta per l’insidia di AfD da destra. La CSU, fedele al vecchio motto di Franz-Josef Strauss (“alla nostra destra dobbiamo avere solo il muro”), ha già cominciato, in sede di negoziati, a reclamare restrizioni in materia di diritto d’asilo, di ricongiungimenti familiari e di quote tedesche nella redistribuzione europea dei rifugiati. In questo senso, il futuro governo italiano potrebbe avere qualche brutta sorpresa, in materia di coordinamento delle politiche di accoglienza, dal futuro governo tedesco.

Dei ministri socialdemocratici si saprà qualcosa solo nei prossimi giorni. Appare probabile, per ora, solo la nomina dell’attuale borgomastro di Amburgo Olaf Scholz alla carica di ministro delle Finanze, che fu del superfalco Wolfgang Schäuble. L’allontanamento di Schäuble, avvenuto comunque più per la volontà dell’interessato che per le pressioni dei suoi avversari, appare come un passo, necessario ma non sufficiente, per una politica europea di Berlino meno ispirata dagli imperativi della disciplina di bilancio e più interessata, magari in tandem con l’iniziativa di Macron nel rilancio dell’entente franco-tedesca, alla ripresa del cammino dell’integrazione europea. Anche a questo proposito sarà importante vedere chi la SPD indicherà per il ministero degli Esteri, che nell’accordo spetta ai socialdemocratici. Schulz, che avrebbe dato ottime garanzie, è fuori gioco a causa degli errori che ha commesso. A cominciare da quello di aver preteso di guidare le trattative con i partiti democristiani nonostante fosse stato proprio lui a giurare e spergiurare che mai e poi mai la SPD avrebbe accettato una nuova groβe Koalition.

Quanto al programma del futuro governo, staremo a vedere. Forse il capitolo che può fornire qualche speranza è proprio quello europeo. Sul resto, la SPD pare aver ottenuto ben poco. Il suo progetto di riforma delle aliquote fiscali, che avrebbe corretto la forte tendenza alla crescita delle diseguaglianze di reddito e di ricchezza, è stato seccamente bocciato. Anche sulle garanzie chieste contro una privatizzazione di fatto della sanità, con un regime che permette attualmente ai medici di privilegiare i pazienti privati, non pare che i socialdemocratici abbiano sfondato e sulla politica dell’immigrazione abbiamo già detto. Comunque, staremo a vedere.

I socialdemocratici tedeschi hanno votato per la groβe Koalition. L’esito del referendum che i vertici della SPD avevano indetto tra gli iscritti al partito chiedendo di approvare o respingere l’ipotesi di una terza alleanza con la CDU e la CSU è stato molto chiaro: per il sì ha votato più del 65% dei circa 400 mila tesserati. Ora il cammino per la riedizione della grande alleanza è in discesa: a meno di, improbabili, ostacoli dell’ultim’ora, verso la metà del mese la Germania avrà un governo che sarà guidato da Angela Merkel, cancelliera per la quarta volta consecutiva (una in alleanza con i liberali e tre con i socialdemocratici).

Sarà un governo frutto di una gestazione lunghissima, sei mesi dalle elezioni del 24 settembre, che la dice lunga non solo sulle difficoltà delle trattative che sono state necessarie per trovare un accordo, ma anche sulle trasformazioni (in peggio) che ha subìto il sistema politico tedesco, per il quale i tempi della stabilità e delle certezze d’antan appaiono ormai ben lontani.

Per misurare quanto siano lontani, basta aprire gli occhi sulla composizione del Bundestag uscito dal voto di settembre e che, con la formazione del governo, comincerà a funzionare nella pienezza istituzionale. Il parlamento è composta da ben sette partiti, un livello di frammentazione assolutamente inedito per il sistema della Repubblica federale, che porrà problemi di equilibrio e di rappresentanza negli organismi, dalle commissioni parlamentari agli organi di governo dell’assemblea. Ma il dato più rilevante, e più drammatico, è che tolti i partiti che formeranno la maggioranza della coalizione, il gruppo più forte è quello di Alternative für Deutschland, il partito dell’estrema destra xenofoba, antieuropea e scandalosamente incline al revisionismo storico sul passato della nazione.

Questo aspetto è stato considerato poco nei commenti, almeno in Italia, ma proprio lo scrupolo a lasciare ai deputati di AfD il ruolo dei maggiori oppositori al governo federale è stato uno dei motivi per i quali, all’inizio, la SPD guidata allora da Martin Schulz aveva escluso categoricamente quello che poi è avvenuto, ovvero il sì alla groβe Koalition. Il primo partito dell’opposizione, infatti, gode di un forte “diritto di tribuna”. I suoi deputati intervengono per primi nei dibattiti, ha corsie privilegiate per la presentazione di leggi, ha diritto a molte presidenze di commissioni. Se non si troverà il modo di impedirlo, potremmo assistere, in futuro, a dibattiti in cui i temi imposti da AfD, dalla richiesta di uscire dall’euro o imporre ai paesi ad alto debito pubblico una moneta “dei poveri” a provvedimenti contro gli stranieri o gli islamici a rivalutazioni storiche dell’”onore” delle forze armate tedesche e sconcezze simili, verranno discussi dal parlamento di Berlino sotto gli occhi del mondo. Non sarà uno spettacolo piacevole.

La preoccupazione nei confronti degli estremisti di AfD non era certo il solo motivo per cui, subito dopo le elezioni, la SPD, allora abbastanza unita dietro al suo candidato, sconfitto, Martin Schulz, aveva rifiutato “categoricamente” la prospettiva di tornare alla grande alleanza. Nel partito, dalla destra alla sinistra, era diffusa l’opinione che proprio l’abbraccio con Frau Merkel ripetuto già per due volte fosse il motivo del crollo dei consensi in atto da tempo e ribadito così impietosamente dalle urne e che perciò non fosse proprio il caso di ricascarci per la terza volta. C’erano però delle voci che richiamavano la SPD al senso di responsabilità nazionale, cioè alla necessità di sacrificarsi pur di assicurare un governo al paese. La più autorevole era quella del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier. E fu proprio il presidente che, quando fallì per responsabilità dei liberali il tentativo della cancelliera di provare un’alleanza con gli stessi liberali e i Verdi (la cosiddetta “coalizione Jamaica”), fece la voce grossa con i suoi ex compagni della SPD perché accettassero di mettersi al tavolo di una nuova trattative con CDU e CSU. La decisione di accettare la terza GroKo fu approvata dopo una drammatica discussione nel congresso straordinario di Bonn del 21 gennaio e poi, come vuole lo statuto del partito, partì la consultazione della base.

Che cosa accadrà ora? Per quanto se ne sa, la CDU avrebbe già pronta la sua lista dei ministri. Tra gli altri, alla Difesa dovrebbe restare Ursula von der Leyen e all’Economia dovrebbe andare Perter Altmeier, collaboratore storico di Angela Merkel alla cancelleria. Per la Csu si profila un ruolo molto importante per il capo del partito Horst Seehofer, che dovrebbe assumere la guida di un ministero dell’Interno di cui verrebbero allargate le competenze a materie che fino erano prerogativa dei Länder e che (particolare un po’ inquietante) verrebbe intitolato alla “Heimat”, concetto tedesco che richiama la patria in termini piuttosto sentimentali e vagamente reazionari. C’è da considerare il fatto che nel Land di Seehofer, la Baviera, in settembre si terranno elezioni in cui la CSU rischia di perdere la sua storica maggioranza assoluta per l’insidia di AfD da destra. La CSU, fedele al vecchio motto di Franz-Josef Strauss (“alla nostra destra dobbiamo avere solo il muro”), ha già cominciato, in sede di negoziati, a reclamare restrizioni in materia di diritto d’asilo, di ricongiungimenti familiari e di quote tedesche nella redistribuzione europea dei rifugiati. In questo senso, il futuro governo italiano potrebbe avere qualche brutta sorpresa, in materia di coordinamento delle politiche di accoglienza, dal futuro governo tedesco.

Dei ministri socialdemocratici si saprà qualcosa solo nei prossimi giorni. Appare probabile, per ora, solo la nomina dell’attuale borgomastro di Amburgo Olaf Scholz alla carica di ministro delle Finanze, che fu del superfalco Wolfgang Schäuble. L’allontanamento di Schäuble, avvenuto comunque più per la volontà dell’interessato che per le pressioni dei suoi avversari, appare come un passo, necessario ma non sufficiente, per una politica europea di Berlino meno ispirata dagli imperativi della disciplina di bilancio e più interessata, magari in tandem con l’iniziativa di Macron nel rilancio dell’entente franco-tedesca, alla ripresa del cammino dell’integrazione europea. Anche a questo proposito sarà importante vedere chi la SPD indicherà per il ministero degli Esteri, che nell’accordo spetta ai socialdemocratici. Schulz, che avrebbe dato ottime garanzie, è fuori gioco a causa degli errori che ha commesso. A cominciare da quello di aver preteso di guidare le trattative con i partiti democristiani nonostante fosse stato proprio lui a giurare e spergiurare che mai e poi mai la SPD avrebbe accettato una nuova groβe Koalition.

Quanto al programma del futuro governo, staremo a vedere. Forse il capitolo che può fornire qualche speranza è proprio quello europeo. Sul resto, la SPD pare aver ottenuto ben poco. Il suo progetto di riforma delle aliquote fiscali, che avrebbe corretto la forte tendenza alla crescita delle diseguaglianze di reddito e di ricchezza, è stato seccamente bocciato. Anche sulle garanzie chieste contro una privatizzazione di fatto della sanità, con un regime che permette attualmente ai medici di privilegiare i pazienti privati, non pare che i socialdemocratici abbiano sfondato e sulla politica dell’immigrazione abbiamo già detto. Comunque, staremo a vedere.