Il testamento di Giorello, combattere con la scienza i mali del mondo

Lunedì scorso, 15 giugno, è morto Giulio Giorello. Un filosofo della scienza il cui volto, la cui voce e la cui penna erano noti anche al grande pubblico. Per motivi che andavano oltre l’accademia, cui pure Giorello apparteneva: era stato a lungo titolare della cattedra di filosofia della scienza presso l’università statale di Milano, dove era succeduto al suo maestro, Ludovico Geymonat.

Giulio Giorello ci mancherà, perché era una figura straordinaria: nel senso proprio di persona che è fuori dal mainstream. Che pensa – e agisce – liberamente. Perché questo lui era: un libertario che sopra ogni cosa amava la libertà. E proprio perché amava la libertà, amava la scienza. Il suo era il pensiero di un illuminista dei tempi moderni. In uno dei suoi scritti recenti ha ricordato le parole di un fisico, Giovanni Amelino-Camelia, per spiegarlo: «La scienza è libertà, è soprattutto la possibilità di liberarci dei nostri pregiudizi».

Parole non scontate, in un periodo in cui l’una (la scienza) e l’altra (la libertà) vivono momenti difficili a causa di un comune nemico: il pregiudizio che si alimenta dell’ignoranza.

La filosofia della scienza e quella di Topolino

Lui, Giorello, la libertà la interpretava in ogni piega possibile della sua esistenza. Quando cercava, riuscendoci, di abbattere i confini tra le “due culture”, oppure quando abbatteva incessantemente le mura della torre d’avorio in cui molti accademici cercano disperatamente di rinchiudersi, chiudendo le porte del bastione alla società. Nulla di più sbagliato, diceva Giorello. Ed ecco, quindi, che il suo impegno passava senza difficoltà dalla stesura di tomi ponderosi sulla filosofia della scienza, per così dire, classica alla “filosofia di Topolino”.

La morte di questo grande intellettuale, capace di una visione organica e insieme critica del mondo, ha colpito un po’ tutti e un po’ tutti ne hanno giustamente parlato. Anche perché aveva lottato per due mesi contro la Covid-19 ed era riuscito a batterla, salvo poi doversi arrendere un mese dopo a causa del cuore che non ha retto. Ma, tre giorni prima di morire, il 12 giugno, aveva sposato la sua compagna, Roberta Pelachin.
Questa attenzione ha consentito di rappresentare con buona definizione di dettaglio tutta la variegata e preziosa personalità di Giulio Giorello: del filosofo, del docente, del comunicatore. Del grande intellettuale.

Un libertario neo-illuminista

Una forse è rimasta un po’ nascosta. Quella della sua propensione umanistica. Perché la libertà e la scienza sono valori in sé. Ma solo se hanno finalità sociali. Solo se sono utili all’umanità, secondo un insegnamento che non è raro tra i filosofi della scienza. Già Francis Bacon all’inizio del Seicento diceva, infatti, che la scienza non è (non deve essere) a vantaggio di questo o di quello, ma dell’intera umanità.

Ed è in questa ottica, che in uno dei regali più preziosi che Giorello ha voluto fare al vostro umile cronista – la prefazione a un suo libro – ha spiegato il suo pensiero di libertario neo-illuminista: «Di fronte ai malanni e alle ingiustizie che ancor oggi affliggono larga parte della popolazione mondiale emanciparsi dai pregiudizi potrebbe sembrare un lusso da intellettuali privilegiati. Ma è proprio grazie a tale liberazione che si possono ottenere, in tempi più o meno brevi, quei successi a livello pratico – dalla ingegneria alla medicina – che fanno emergere migliori condizioni di vita. Senza illusioni, ma con sobria lucidità; senza privilegi, o meglio senza forma alcuna di discriminazione».

Metafora guerriera

Ed ecco dunque che ha interpretato anche Covid-19, la sua malattia e la sua personale guerra alla malattia, proprio in questa chiava universalistica. Così nel suo ultimo intervento su La lettura del Corriere della Sera: «Per certi versi, la guerra al Covid, come a qualsiasi altra malattia, resta una bella metafora. Questa idea di guerra contro nemici globali e “simbolici” si è fatta strada dopo il secondo conflitto mondiale. Perché non indirizzare le grandi risorse, anche umane, per nuove “guerre” contro i mali che affliggono i vari popoli del mondo? Perché non parlare di una “guerra alla droga”, per esempio? O alla “povertà”? Al “sottosviluppo”? Attenzione: questo punto è delicato. È sufficiente identificare il nemico con “la fame del mondo”, con la “povertà generalizzata”? E che tipo di “soldati” e di “ufficiali” occorre modellare per essere realmente efficaci? Non sono domande facili: il non rispondervi o il cercare risposte improvvisando rischia non solo lo spreco di buona volontà, di una gran massa di risorse, ma (nel caso peggiore) la restituzione delle “vecchie guerre”, che ci sono ormai fin troppo familiari perché “così facili da combattere”».

Ecco, tra i grandi lasciti di Giulio Giorello c’è questo vero e proprio “testamento di un libertario”: utilizzare la scienza che ci dà la libertà per combattere i mali sociali del mondo: la povertà, la disuguaglianza, la discriminazione razziale.
Grazie, Giulio.