Milano e un modello
per il centrosinistra

Mi pare che uno dei pregi di Giuseppe Sala, sindaco di Milano, sia la sobrietà, che considero di questi tempi virtù rara e quindi assai apprezzabile: non esterna, non twitta, non proclama. Alla bisogna però non tace. Come quando mesi fa stroncò l’idea della sua assessora Carmela Rozza, che avrebbe voluto a nome del Comune deporre al Cimitero Maggiore una corona in memoria di tutti i caduti della seconda guerra mondiale, partigiani e repubblichini accomunati. “La pietà è per tutti – chiuse Sala – ma non va confusa con il giudizio sul valore delle scelte compiute da ciascuno…”.

In questa campagna elettorale il sindaco non si è fatto vivo o quasi. Forse mi è sfuggito qualcosa e manca ancora qualche settimana al voto. Per ora mi sembra che sia rimasto in dignitosa attenzione, smarcandosi dai partiti che hanno sostenuto la sua candidatura e la sua elezione, smarcandosi pure da Renzi. Intervistato da Radio Popolare a proposito del suo libro, appena pubblicato, “Milano e il secolo delle città” (edito dalla Nave di Teseo), alla prima domanda a proposito della formazione delle liste del Pd, ha risposto: “Mi sarei aspettato più rispetto degli equilibri. Renzi si è messo una truppa che gli è molto fedele. Se va male ha comunque aperto un nuovo mondo anche un po’ per sé. Dove lo porterà, chissà“. Cerco di interpretare: che il Pd vinca o che il Pd perda le elezioni, Renzi potrà mettere sul tavolo la sua nutrita rappresentanza parlamentare, nello scenario, ad esempio, di una grande coalizione con Berlusconi e con i centristi… alla faccia del Pd.

Pochi, dignitosi e chiari cenni, che di sicuro molti condivideranno. Ma mi auguro che Sala non cambi strada da qui al 4 marzo, non esca insomma allo scoperto. Per varie ragioni. Si troverà di sicuro a interloquire con un governo regionale (Fontana dopo Maroni) che non gli sarà amico e soprattutto con un governo nazionale, la cui fisionomia è come si sa una colossale incognita. Schierandosi, rischierebbe di compromettere quella autorevolezza che gli deriva dalle fortune milanesi qui e oltre i confini. Diciamolo: Beppe Sala fa il sindaco di una città, che tra mille contraddizioni e problemi, che volentieri potremmo segnalare (uno fra tutti, vecchio come il mondo, per quanto si preferisca tacerlo, ignorarlo, mascherarlo: il classismo feroce), si presenta moderna, accogliente, ospitale, dinamica, multietnica (tra comunitari e extracomunitari, tali considerando giapponesi, americani, inglesi, canadesi australiani, insieme con senegalesi, siriani, marocchini, egiziani, eccetera eccetera), e per giunta pulita, dotata di una rete comunale di trasporti efficiente, di una programmazione culturale pubblica e privata di buona qualità, di un sistema forte d’assistenza per chi ha bisogno, sicuramente non bella, non brutta, ma decisamente meglio di dieci o vent’anni fa (qualche merito andrebbe riconosciuto anche alle amministrazioni precedenti), purtroppo inquinata ma qui la colpa è della concavità della pianura padana e della timidezza o della compromissione delle strategie urbanistiche e delle scelte viabilistiche. Il mattone e il cemento (meglio il vetro cemento) non si rassegnano a cedere di fronte all’interesse della collettività. Per quanto riguarda l’auto, non siamo a Copenhagen o a Stoccolma: c’è chi pretende di andare con il suv in Montenapoleone (almeno due linee di metropolitana, con fermate a un capo e all’altro della strada) e nessuno glielo impedisce.

Ma torno alle elezioni, alla riservatezza di Sala, alla sua “forza”. Direi che il sindaco, tacendo, tenendosi alla larga dalla mischia, non voglia rinunciare alla politica, ma cerchi invece di far intendere che Milano non è un oggetto in balia di politiche altrui, è invece un soggetto politico, una comunità che coltiva l’ambizione di programmare e decidere per esaltare il proprio ruolo di “locomotiva economica”, per costruire lavoro, soprattutto giovanile; per restituire qualità al suo tessuto urbano (anche riaprendo i navigli) e alle periferie in particolare. Quanto di questi obiettivi si potrà realizzare molto dipenderà dal governo. Siamo a Camere chiuse e l’interlocutore manca. Per ora dovremo accontentarci degli slogan. Nel mese a venire vedremo tutti i candidati venire a Milano per dirci quanto siamo bravi, quanto siamo amati. Niente di più. Tutte promesse che non costa nulla fare.

Dopo il 4 marzo qualcosa succederà: il Presidente Mattarella manderà di fronte alle Camere qualcuno e avremo un governo (quanto durerà?). Chiunque sia, la questione dovrà affrontarla: quali risorse investire, quali rapporti intrattenere con Milano, che, da qualsiasi punto di vista, locomotiva economica resta. Esistono alternative?

Per il resto, dopo oltre seicento giorni di amministrazione, varrebbe la pena di riprendere in mano il programma elettorale di Sala, trentadue schede bene ordinate, per capire che cosa è stato fatto, che cosa si potrà fare. Sicuramente manca una iniziativa forte, di qualche valore ideale, che coinvolga, che unisca, che restituisca senso ad un progetto di collettività, cioè di città coesa, solidale, generosa, aperta al futuro. Magari proprio scommettendo sulla rinascita delle periferie (nel programma). Riuscisse nell’impresa, Sala sarebbe pronto per altro, per la guida ad esempio di un centro sinistra “modello Milano” ma di ambizioni nazionali. Lui ha detto di non pensarci neppure, ha detto che la sua esperienza politica cominciata a Palazzo Marino si concluderà a Palazzo Marino.