Il sindacato in piazza
sfida il governo
La sinistra riparta da qui

Ha ragione Landini che dal palco osserva la piazza e dice: “Gli altri danno i numeri, noi no. Quindi, se volete sapere quanti siamo qui, contateci”. Non è difficile farlo: piazza San Giovanni è piena. Piena fino alla statua di San Francesco, fino a metà di via Emanuele Filiberto, dall’altro versante fin quasi a via dell’Amba Aradam. Piena di bandiere, di striscioni, di palloncini colorati, di cartelli, di slogan e di belle facce vere. Di storie vere. Di vite vere. Piena di insegne che si mescolano e consegnano l’immagine di un sindacato che forse sta ritrovando la via dell’unità. E che vuole mandare un messaggio: il vero cambiamento è qui, nella forza della ragione e non in una manovra che non fa nemmeno un investimento o nel partito della paura che sta iniettando nel corpo del paese il veleno dell’odio e del rancore.

Se era una prova, è riuscita. Fino a qualche mese fa nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla capacità del sindacato di riempire una piazza difficile come San Giovanni. La piazza storica del sindacato e della sinistra. La piazza di Lama e di Berlinguer. Eppure in un tranquillo sabato di febbraio c’è gente, tanta gente, che si è messa in spalla le bandiere e al collo i fazzoletti, è partita da lontano, ha fatto ore e ore di pullman o di treno, per essere qui. Per portare dentro il corteo che si snoda da piazza della Repubblica a San Giovanni le proprie storie e le proprie battaglie. Storie di fabbriche difese con le unghie e con i denti, storie di licenziamenti, di delocalizzazioni selvagge, di precariato, di morti sul lavoro, di ragazzi pagati due euro l’ora, di pensionati al minimo, di migranti sfruttati e maltrattati.

“Vedi che ancora ci siamo?”, ci dice una donna con il cappellino rosso e la bandiera della Fiom in mano. “Vuol dire che non tutto è perduto”, aggiunge più avanti un rider che gira con un cartello nel quale chiede più diritti. “Tutto questo è bello”, commenta un immigrato che agita un cartoncino nel quale c’è scritto: esiste una sola razza, quella umana.

Verrebbe da dire “eccoci” se non fosse che quella parola è stata consumata dalla storia. E però questo popolo c’è. C’è, ha le sue idee, vuole combattere le sue battaglie e non ha alcuna intenzione di chiudersi in casa ad aspettare che passi la nottata.

Questo è il primo messaggio di questa bella manifestazione: bisogna fare i conti con questa forza tranquilla che ha sfilato a Roma, che tiene in piedi le sedi sindacali e difende diritti e lavoro. Bisogna farci i conti perché è una forza che dà senso alla democrazia. E’ l’ossatura della democrazia. Vale anche per chi oggi governa questo Paese e fa finta – tra un selfie e un’urna miracolosa che contiene la tessera del reddito di cittadinanza – di non vedere quello che si muove nel corpo vivo della società.

Ma vale soprattutto per la sinistra. Ieri molti dei suoi leader erano nel corteo (Zingaretti, Martina, Speranza, D’Alema, Fassina e tanti altri), hanno sfilato, parlato e si sono mostrati ai fotografi e ai cameramen per farsi vedere. Bene, è un buon segno anche questo. Finalmente c’erano quasi tutti, anche qualcuno che ridacchiava qualche anno fa alle battute sul sindacato che mette il gettone nell’iPhone o si eccitavano all’idea della cosiddetta “disintermediazione” con la quale si voleva imporre l’esclusivo rapporto diretto tra chi comanda e chi è comandato, senza rompiscatole in mezzo.

Speriamo che duri questa riscoperta del valore del sindacato, che non sia il lampo di un momento. Perché non ci sarà mai una sinistra forte senza un sindacato forte. In questa piazza, infatti, ci sono molti pezzi di quel popolo perduto, smarrito, incazzato che cerchiamo di inseguire da anni senza mai trovarlo. La sinistra – il Pd, Articolo 1, Leu e tutte le sue varie sfumature – deve sapere che per ricostruire una nuova idea di cambiamento bisogna passare anche da qui. Deve saper ascoltare – nella reciproca autonomia, naturalmente – la voce di chi rappresenta i lavoratori, ha a cuore il lavoro e la sua dignità e si batte per l’uguaglianza. Mai dimenticarlo.

Per il sindacato si apre forse una stagione nuova. La prima manifestazione unitaria dopo tanti anni, è la prova che stare insieme rende più forti e più liberi. Ora è necessario saperla accudire questa ritrovata unità e non farla sciupare rapidamente nella difesa del proprio fortino. E’ il momento di abbassare i ponti e di demolire i muri: è l’unica strada per impedire che vinca definitivamente il populismo che fa paura.

In fondo il senso di questa giornata lo riassume quel ragazzo che porta le pizze in motorino nelle nostre case per qualche spicciolo che ci ripete: “Forse non tutto è perduto…”.

 

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