Il sindacato
da Benito a Giggino

Lui c’era riuscito a riformare i sindacati, anzi ad abolirli. Con la legge n. 563 del 3 aprile 1926. Era Benito Mussolini. Ora il giovane Luigi Di Maio, magari senza ascoltare il parere dei suoi compagni operai di Pomigliano D’arco, dove è nato, ci riprova. E minaccia “ci penseremo noi”. A rimettere a posto Cgil, Cisl e Uil e magari anche l’Usb. Anche se il giorno dopo, spaventato dalle reazioni, sembra voler attenuare la minaccia.

E’ del resto lunga la storia dei tentativi di ledere l’autonomia dei sindacati. Dopo la fine del ventennio fascista le mosse sono state poco appariscenti e passavano attraverso la presenza di correnti interne. I grandi partiti di massa, Pci, Dc, Psi agivano con discrezione. Qualcuno ricorda, tanto per fare un esempio, riunioni agitate, a Botteghe Oscure, per discutere la scelta di dar vita a consigli di fabbrica o alle incompatibilità tra cariche sindacali e politiche. Altri riportano alla ribalta un discorso di D’Alema, rivolto a Cofferati:
“I sindacati devono stare vicino ai lavoratori. Non devono restare fuori dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro con una copia del contratto nazionale di lavoro in mano”. D’Alema però non si è mai permesso di aggiungere (alla Di Maio) che ci avrebbe pensato lui a sistemare Cgil e compagni.

Veniamo così ai giorni nostri. Con Matteo Renzi che certo non risparmia ironie “Avremo i sindacati contro? Ce ne faremo una ragione”. E infatti vara un ponderoso pacchetto di norme sul lavoro, il Jobs Act, senza interpellare dirigenti sindacali che, a suo parere, cercano ancora i gettoni per telefonare. Ed è lo stesso Renzi che in questi giorni vede deperire le sue tesi circa la necessità di fare a meno dei cosiddetti “soggetti intermedi”. Tanto che dopo anni di blocco il governo di cui non è più premier, apre una trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego.

Di Maio dovrebbe imparare: le minacce non pagano, non danno risultati. I sindacati hanno davanti problemi enormi, certo, tra effetti della globalizzazione, frammentazione del lavoro, nuovi processi tecnologici. Li stanno affrontando, faticosamente, coinvolgendo anche le associazioni imprenditoriali. Come ad esempio, a proposito di una legge sulla rappresentanza. La Cgil ha varato un importante progetto, una carta dei diritti capace di dar risposte a tanti giovani.

E’ aperta una discussione su come ridare nuovo slancio alle strutture sindacali. Un giovane dirigente Massimo Bonini, segretario generale della Cgil a Milano ha dichiarato in una intervista al Corriere della sera come “accanto a tanti sforzi individuali e organizzativi per adeguarci ai cambiamenti, restano lentezze e resistenze che dovremmo superare per affrontare un mondo del lavoro sempre più sbriciolato, dalle palestre agli spazi di coworking”. E ha aggiunto: “Non riesco a non pensare al sindacato delle origini e a Giuseppe Di Vittorio che andava nei campi a cercare i braccianti uno per uno. Ciascuno di quei lavoratori era solo e si è trovato un sindacalista che gli è andato incontro”. E’ anche il modo migliore, (continuare a rinnovare il modo di agire sindacale), per rispondere a minacce e ironie, nonché a un tentativo diffuso di confondere le sigle sindacali con le varie caste privilegiate del Paese.