Il silenzio
assordante
dei giornalisti

Guardatelo quel video. Guardate lo sguardo cattivo del ministro dell’Interno. Guardate le sue mani che si agitano nel gesto di dire basta. Ascoltate il tono della voce. La ripetitività del non parlo, non ho niente da dire. E l’insinuazione del vada a riprendere i bambini in spiaggia, visto che le piace tanto.

Guardatelo quel video e vedrete come si tratta un giornalista nell’era del leghista di governo, del Capitano senza paura che siede al Viminale. Lo stesso che accusa una zingaraccia, la minaccia di mandarle la ruspa, tiene i migranti naufraghi bloccati in mare per giorni e giorni e plaude all’immagine del ragazzo detenuto bendato in una caserma dei carabinieri, come ha ricordato Marina Mastroluca.

Recita l’articolo 21 della Costituzione, che il ministro dovrebbe conoscere avendo giurato sopra la nostra Carta: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Non rispettare questo dettato è un atto grave in uno Stato democratico che è nato dalla Resistenza contro il fascismo, che quella libertà aveva violentato sistematicamente.

Fa impressione il silenzio assordante dei giornalisti sull’aggressione del vicepremier al videomaker di Repubblica. Il silenzio di quelli che erano presenti e che non hanno mosso un dito per difendere il loro collega. Degli altri che hanno visto o hanno saputo e non hanno detto nulla. Di quelli che fanno finta di niente. Di quelli che tanto non tocca a me. Di quelli che pensano si tratti di folklore e ridiamoci sù.

Certo, il presidente della Fnsi ha criticato il comportamento del ministro invitandolo a rispondere alle domande dei giornalisti. Ma bastano due parole, pronunciate sottovoce, per contrastare una violenta aggressione contro la libertà di stampa?

Non è la prima volta che questo accade. A chi lavorava all’Unità ai tempi di Berlusconi è successo altre volte. Gli insulti, le aggressioni, la gogna tv. E anche in quell’occasione i giornalisti hanno taciuto, facendo finta di niente e facendo tranquillamente le loro belle domande al premier adirato dopo le sfuriate: the show must go on, avanti il prossimo.

La libertà di stampa non è una libertà di serie B. Non difenderla con coraggio e senza paura può condurre dove nessuno vorrebbe andare: in un paese a democrazia limitata, dove un ministro dell’Interno, che dovrebbe garantire la sicurezza di tutti, si permette di comportarsi come un caudillo infuriato. Senza alcun limite. Ma non siamo nella Russia di Putin. La Costituzione è di tutti noi, e violarla non è ammissibile, è un oltraggio a ciascuno di noi.

Devono saperlo i giornalisti e agire di conseguenza, prima che sia troppo tardi. Prima che non ci sia più spazio per difendere la libera informazione dalla violenza del potere.  Ma forse è il momento che, su questi continui scempi, dica una parola chiara l’uomo che sul Colle più alto rappresenta l’unità del Paese ed è il garante supremo della nostra Carta e quindi della nostra libertà.