Il senatore Fanfani, il viaggio in Cina
e i giochini a favore di lor signori

I suoi corsivi pungenti hanno raccontato la storia e i personaggi d’Italia ogni giorno per quindici anni sulla prima pagina dell’Unità. Erano l’appuntamento fisso di ogni lettore. Un bollino rosso con dentro la scritta “oggi” e la sua firma: Fortebraccio. Era lo pseudonimo di Mario Melloni, ex dc diventato comunista, che comparve per la prima volta sul quotidiano fondato da Gramsci il 12 dicembre 1967. Noi di strisciarossa, che siamo stati affezionati lettori di Fortebraccio, abbiamo deciso di ripubblicare una volta a settimana, il sabato, i suoi migliori corsivi. Buon week end e buona lettura.

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Dobbiamo riconoscere al senatore Fanfani, noi che pure gli siamo sempre stati avari di riconoscimenti positivi, questo impagabile merito: di risparmiarci il senso di invecchiare. Con lui ci sembra che i mesi e addirittura gli anni non siano passati, e dobbiamo riabituarci al suo gusto dell’apparire inaspettato, del partire improvvisato, del ritornare inatteso. Egli non arriva mai, compare, e non ha ancora compreso, pur non essendo più un giovanotto, l’eleganza dell’understatement, la finezza, che pure qualche suo amico di partito, da lui odiato, pratica, di star sempre una nota più sotto.

Quando Fanfani partì per la Cina, lo scorso dicembre, l’”annuncio della partenza colse tutti di sorpresa” (“Il Geniale” * di ieri). E non poteva dire: “Vado in Cina”? No, Egli voleva sorprenderci, e infatti, all’annuncio del viaggio i braccianti del Polesine rimasero sbalorditi.

L’altro ieri il senatore Fanfani è tornato, ma come credete che sia tornato? “A sorpresa”, scriveva ieri il Corriere della Sera, e ha subito cominciato col pronunciare una menzogna, della quale il senatore non si è neppure preoccupato di nascondere l’imprudente volgarità. “I cinesi – ha detto – ritengono che non esista nessuna differenza tra il Partito comunista italiano e l’Unione Sovietica”. Ora, ve li figurate i cinesi, che sono comunisti, e hanno così ricco il dono della finezza e così sottile la facoltà del “distinguo”, e portano alle cose del mondo una così avvertita e compiuta attenzione, ve li figurate i cinesi pronunciare con Fanfani, proprio con Fanfani, un giudizio così frettoloso e sommario?
Non c’è, non ci può essere una sola parola di vero nella frase riferita dal senatore perché essa manca totalmente di credibilità psicologica, oltre che di fondamento reale; mentre è proprio la frase che ci vuole, se fate caso alla sua rozzezza, alla sua incultura, alla sua elementarità, per ridare fiato a quella maggioranza silenziosa che spera di rinascere con Fanfani e di ritrovare in lui il suo leader. Ora lo vede tornare, anzi riapparire, e ne è felice: accetta di buon grado che il senatore sia entusiasta dei cinesi, che non sono precisamente dei petrolieri del Texas, perché i cinesi sono lontani, mentre i comunisti italiani sono qui, in casa, e farebbero semplicemente pagare le tasse a lor signori. E il senatore giunge “a sorpresa” per rifarsi strumento di un giuoco abietto, alla guida di una ignobile schiera di italiani che vogliono seguitare a vivere al di fuori e al di sopra delle leggi.
(da l’Unità del 4 gennaio 1976)

  • In questo modo Fortebraccio aveva ironicamente ribattezzato Il Giornale, diretto da Indro Montanelli.