Il Salone del libro come Eataly? L’editoria è in crisi, e non ci resta che leggere

Piccola nota personale: a fine 2016 il Salone del Libro di Torino cambia profondamente. Book City a Milano prende ottima parte della attenzione editoriale fattiva, diventando in sostanza la Buchmesse italiana e nel capoluogo sabaudo la giunta guidata dalla neo-sindaca 5 Stelle Chiara Appendino – sostenuta dall’allora Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, dal Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e dall’ex-Ministro del Governo Letta Massimo Bray – si ritrova nel non semplice compito di dovere reinventare il Salone; un Salone che al tempo era in grado di creare un dialogo fattivo tra la “grande” editoria e l’editoria medio-piccola di qualità. Gli esiti, però, vanno in un’altra direzione: in uno dei pochi articoli scritti per «Democratica» parlo infatti di “saloncino”, poiché non sono i numeri o i visitatori a mancare quanto piuttosto l’idea che aveva fatto di quell’appuntamento uno dei nodi della cultura italiana. Io intanto faccio le mie scelte e chiedo alla mia editor in Feltrinelli di non essere presente al Salone 2017 in dissenso col taglio dato al nuovo Salone e nonostante l’uscita un paio di mesi prima del mio “La stazione di Bologna”, sui fatti del 2 Agosto 1980. Poco male: faccio poesia, la cosa non sposta le opinioni della nazione; è un fatto personale, sostanzialmente privato. Salto le edizioni 2017 e 2018: è la prima volta da – credo – almeno 15 anni.


Salone 2019: scoppia il “caso” Raimo. Ha fatto bene Raimo? Sì, ha fatto bene: perché la questione non verte tanto sul caso specifico, quanto sulla necessità di creare dei filtri, dei filtri minimi di convivenza, dei filtri che siano in grado di setacciare, di dividere, di dire cosa si può fare e cosa invece non deve accadere. Questo che sembra un ragionamento banale va applicato alla realtà: e la realtà molto spesso supera la fantasia.
Così domenica mattina torno al Salone per capire se sono io ad aver sbagliato due anni fa, se sbaglia Raimo oggi, oppure se una riflessione su quello che è accaduto in questi due anni sia doverosa – in ogni caso. Intanto l’esplosione dei social ha reso tutto più liquido ed estremamente più complicato: perché sono certo che senza questo enorme esperimento di social bombing, di marketing estremo, quel famoso libro non avrebbe avuto l’attenzione che ha avuto e forse nemmeno il tema avrebbe avuto l’attenzione che per qualche giorno ha avuto; la cosa più notevole, a mio avviso, è che alla fine, nonostante effervescenze e veemenze, nonostante interrogazioni e interessamenti di politici che ammettono candidamente di non leggere libri da anni, certi luoghi rimangono deserti e altri molto vissuti, fruiti, partecipati: perché alla fine sono le persone a decidere da che parte stare – anche nella confusione (più o meno voluta) degli ultimi tempi.
Perché il Salone, oggi, è composto da un padiglione (il cosiddetto Oval) dove è collocata ottima parte della più importante editoria italiana e che è staccato da altri tre padiglioni, dove gli ottimi piccoli e medi editori vengono annacquati da una moltitudine di esperienze variegate e non sempre sinonimo di “perfezione”. Ci sono editori a pagamento, altri che hanno fatto come motivo editoriale la non meno inelegante formula del crowdfunding; c’è chi vende biro, chi incide le cover degli smartphone, ci sono titoli certamente non ottimali, libri parascientifici che promettono di curare ogni tipo di malattia solo con la forza interiore, c’è chi stampa e vende il Mein Kampf (tecnicamente credo sia lecito, magari sconsigliabile dopo quanto successo nelle ultime settimane). A quel punto davvero tutto diventa mellifluo, pure domandarsi, come fa qualcuno, se D’Annunzio oggi potrebbe essere ospite del Salone del Libro, ma nessun Ministro dell’Interno ad oggi ha, che io sappia, scritto capolavori paragonabili a La città morta o a Le Novelle della Pescara; anzi magari se lo facesse scoprirebbe un suo nuovo talento e non sarebbe di certo impegnato, ad esempio, nel togliere le accise sulla benzina (stamattina in autostrada la Super passava ampiamente i due euro al litro).


Sembra insomma sempre di più questo non tanto il Salone del Libro e di chi vuole leggere quanto piuttosto il Salone di chi vuole scrivere, e vuole, attraverso questo strumento, arrivare con la velocità contemporanea a un maggiore pubblico possibile, a qualunque costo, con qualunque mezzo. Dove sta la differenza quindi tra il Salone e la vicina Eataly? Il libro, per quanto eventualmente di qualità, si può insomma paragonare e trattare come un prodotto enogastronomico, finanche di qualità? La commercializzazione culturale dei prodotti anche di qualità non finisce forse per fare perdere l’essenza della proposta senza quella selezione e quei filtri di cui parlavo poc’anzi? Portare nomi importanti, chiuderli in una sala e tutto attorno creare un’enorme transumanza privata degli strumenti per comprendere se davanti a sé si ha qualcosa di valido o meno dal punto di vista testuale non rischia semplicemente di creare confusione?
Bisognerebbe ripartire dai fondamentali: il Salone oggi affida a PordenoneLegge gli eventi di Poesia. PordenoneLegge è un esempio di presidio del libro importante, di presidio delle idee; gli stand sono meno, la selezione più ampia, non mancano i best-seller o gli scrittori “popolari”, manca forse l’idea che siano i numeri, i biglietti staccati a fare la riuscita del Salone, perché se passa quello passa l’idea che possa valere tutto e il contrario di tutto.
E questo non funziona: non funziona in politica, non funziona in editoria, non funziona nel tema dell’antifascismo. I libri vanno letti, non soltanto esposti/fotografati/twittati. Quello che sta dentro i libri può essere splendido o tragico, sta a noi deciderlo. Per farlo esiste ancora un gesto, un gesto sempre più raro: prendersi il tempo per aprirli, e leggere.