Il risultato migliore per la sinistra è che nessuno vinca le elezioni

Il paradosso di queste elezioni consiste nel fatto che per un elettore di sinistra il migliore risultato sarebbe, per la prima volta, che non vincesse nessuno. Sembra un ragionamento astruso, ma non lo è. Basta guardare gli ultimi sondaggi per capirne il senso. L’unica coalizione che forse (ma proprio forse) potrebbe farcela a ottenere la maggioranza è, infatti, quella di centrodestra. Dentro la quale come sappiamo non c’è solo Berlusconi con tutto il suo carico di anomalie vecchie e nuove, ma soprattutto ci sono l’estremismo razzista e il sovranismo di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Con l’aggiunta del rischio che possa aggregarsi alla compagnia, nel caso servisse, anche Casa Pound. Diciamolo senza giri di parole: una pericolosa accozzaglia degli istinti peggiori che farebbe fare al nostro Paese un gigantesco passo indietro facendolo entrare in un tunnel senza uscita.

Quindi, primo punto: visto che la coalizione messa in piedi di corsa dal Pd non ha alcuna chanche di tenersi le chiavi di Palazzo Chigi, nemmeno se si facesse il miracolo di un accordo post elettorale con Liberi e Uguali, speriamo vivamente che domenica sera si certifichi che nessuno ha la maggioranza per governare. Neanche per fortuna quel Di Maio che ha già presentato propagandistiche liste di ministri (come ha ricordato Vittorio Ragone qui). A quel punto, senza alcuna maggioranza certa, la palla sarà nelle mani di Mattarella – invece che in quelle di Salvini o Berlusconi o Di Maio – e saremo tutti più tranquilli.
Però, se siamo arrivati a questo triste epilogo qualche ragione ci sarà e non la si esorcizza con l’invito a ripetizione al voto utile. Perché non è che Berlusconi è risorto per volontà divina, non è che Salvini ha moltiplicato voti e seggi come fossero pani e pesci. Se le forze antisistema, populiste e antieuropeiste secondo i sondaggi hanno oggi più del 45% dei voti (mettendo insieme il M5S, la Lega e Fratelli d’Italia, senza Forza Italia perché altrimenti sarebbe ancora peggio) mentre nel 2013 erano appena sopra il 30%, vuol dire che in questi cinque anni sono accaduti due fenomeni che hanno favorito questo processo di regressione politica.

Il primo credo sia questo: un’azione di governo improntata al motto va tutto bene, avanti con le riforme mentre il Paese era ancora in sofferenza nonostante la fragile ripresa, ha lasciato che crescessero sacche di malcontento, di disagio, di precarizzazione e di rabbia sociale che non hanno trovato ascolto se non nella demagogia del M5S o negli slogan razzisti di Salvini e della Meloni. In qualche modo il Pd ha lasciato che le periferie (sociali e geografiche) dell’Italia se ne andassero da un’altra parte rispetto all’ottimismo di maniera del renzismo e finissero per ingrossasse l’esercito dei “populisti ribelli”.

Il secondo fenomeno: una direzione del Pd improntata al motto e qui comando io che sono il nuovo, voi siete il vecchio, non ha fatto altro che produrre spaccature, separazioni, solitudini politiche. A forza di promuovere i buoni e di bocciare i cattivi, il centrosinistra si è ristretto sempre di più perdendo per strada pezzi di elettorato deluso e amareggiato e soprattutto pezzi significativi della tradizione che veniva dal comunismo italiano. Mentre si preparava la battaglia contro l’esercito populista, insomma, il generale ha deciso incomprensibilmente di decimare le sue guarnigioni scoprendosi su più fianchi e mandando a terra il morale delle truppe. Il tentativo di correre ai ripari chiedendo aiuto ai pochi soldati di Emma Bonino o a quelli ancora più esigui di Giulio Santagata e di Beatrice Lorenzin non è servito a riequilibrare i rapporti di forza.

Le cose sono andate in questo modo e qualche sottoposto del generale ha cominciato a rendersene conto anche se tardivamente. Ma ormai il guaio è fatto e non si può fare replay. Quindi il problema ora è capire, sperando appunto che domenica non vinca nessuno, come si possa provare a ricostruire un tessuto democratico più stabile per l’Italia. E come riuscire a rimettere in sesto un centrosinistra nuovo, competitivo e innovativo sui contenuti.

Sul primo versante la partita più complessa sarà quella della nuova legge elettorale. Oggi tutti quelli che allora si stracciavano le vesti di fronte a ogni critica al Rosatellum si sono convinti del pateracchio che hanno partorito dopo una raffica di irrituali fiducie poste da Gentiloni. Ma fare un’altra legge elettorale – come ha scritto Paolo Branca qui – non sarà facile, visto che sono più di dieci anni che non si riesce a venirne a capo, con la Consulta che ha bocciato sia il Porcellum di Berlusconi che l’Italicum di Renzi. Le soluzioni tecniche possono essere diverse, ma le caratteristiche che il sistema di voto dovrebbe avere sono sostanzialmente tre: garantire la governabilità e la stabilità politico-istituzionale con maggioranze certe dopo il voto e con coalizioni che siano chiare prima del voto, assicurare la rappresentanza politica oltre una certa soglia, riconsegnare all’elettore il diritto di scelta dei parlamentari cancellando la vergogna dei nominati. Approvata la legge si dovrebbe tornare subito al voto.

Per quanto riguarda invece la ricostruzione del centrosinistra, la partita è ancora più complessa. Ci sono troppe variabili che dipendono dai risultati elettorali. Il Pd sarà vicino al 20% o attorno al 24-25%? Leu si fermerà al 6% o riuscirà ad andare oltre? Renzi resterà al suo posto oppure sarà invitato a farsi da parte? Leu continuerà ad esistere oppure l’eventuale partecipazione a un governo di scopo per fare la legge elettorale sancirà la spaccatura? In base alla risposta che si darà a queste domande si prenderà una strada o un’altra. Se il risultato elettorale consentirà a Renzi di restare al suo posto l’impressione è che non possa aprirsi alcuna fase nuova, perché abbiamo già verificato in questi anni che il leader del Pd non è incline a riflessioni autocritiche nonostante le sconfitte subite, a cominciare da quella referendaria. Nonostante quella che El Pais ha chiamato “la maldición de Matteo Renzi” continua a resistere nel suo fortino. Ma anche dentro Leu l’ipotesi di una dialettica diversa con un Pd anche derenzizzato, l’idea cioè di un dialogo per ricostruire una nuova coalizione, non incontra la stessa accoglienza in tutti le componenti.

Come si vede le incognite del dopo 4 marzo sono molte. Ma un dato politico è certo: da questa impasse – istituzionale e politica al tempo stesso – si può uscire solo se si avrà, soprattutto a sinistra, la consapevolezza della serietà della crisi che stiamo attraversando e si esamineranno finalmente in modo aperto gli errori gravi compiuti in questi anni. Come scrive Gramsci nei Quaderni: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Per allontanare i “fenomeni morbosi” che vediamo attorno a noi, che minacciano l’Italia, la sua convivenza civile e la sua tenuta politica, non serve gridare attenti al lupo quando il lupo è ormai entrato in casa. Servono coraggio, altruismo, fantasia. Dopo il voto serviranno soprattutto leader che li abbiano in abbondanza e li usino con intelligenza.