Il risiko dei parchi:
una lottizzazione
che porta alla rovina

C’è un gioco di società, una specie di risiko in salsa pseudoambientalista, che ha fatto carne da porco della ricchissima e vasta area nazionale protetta del nostro Paese. L’hanno chiamato governance. In realtà si è trattato di un chirurgico gioco di strategia, un risiko per l’appunto, dove i parchi (24 nazionali, 147 riserve, 134 parchi naturali, 365 aree regionali, oltre a circa 170 aree gestite dalle associazioni ambientaliste) sono serviti a parcheggiare gli uomini, soprattutto gli uomini, anzi quasi esclusivamente gli uomini, di questo o di quel partito, di questo o di quel gruppo istituzionale, con un equilibrio tra maggioranza e opposizione di cui va dato merito ai politici impegnati a occupare tutte le pedine.

Un sistema che è cresciuto di pari passo alla deriva di tutto il patrimonio naturale protetto che oggi è fiaccato dagli attacchi interni (carenza di fondi e lottizzazione politica) e da quelli esterni (clientelismi, speculazione edilizia, aggressione antropica). Un bailamme che ha portato le aree protette ad essere diventate enti inutili ripiegati su se stessi, occupati solo a distribuire i finanziamenti pubblici tra costi del personale e manutenzione ordinaria. Non ha aiutato l’incaponirsi del governo Renzi su una riforma della legge 394 che di fatto ha delegittimato l’intero impianto di una delle normative più all’avanguardia degli anni ’90. Una legge che in un’ottica di conservazione, garanzia e promozione aveva riconosciuto al patrimonio naturale protetto il valore di risorsa ed aveva creato le condizioni legislative per dare nuove opportunità anche economiche ai territori attraverso la valorizzazione dell’ambiente naturale e l’avvio di modelli di sviluppo in cui la biodiversità, il paesaggio, la natura diventavano un indice di qualità e un segno di benessere. Ed è grazie alla legge 394 che i parchi hanno acquistato negli anni ’90 una grande importanza sia ecologica che economica, modificando anche la percezione dei cittadini, fin lì contrari a limitazioni e confini. Sono stati gli anni 2000 che hanno bloccato questo processo.

Solo alcuni parchi hanno resistito allo spoil system berlusconiano e alla bulimia di posti pubblici del sistema di destra al governo. Da quegli anni di piombo per il patrimonio protetto italiano non ci si è mai più rialzati. L’unico bastione di resistenza, la legge 394, è finita anche in seguito, sotto l’attacco di un governo amico mentre le aree protette continuavano a cadere nelle mani di politici di seconda fila e trombati di ogni risma.

Presidenze, consigli direttivi. Tutto faceva brodo. E così, al Parco del Gran Sasso plana un giornalista di destra, al Parco delle Foreste Casentinesi un politico di sinistra. Al Parco del Gargano un politico di destra al Parco del Cilento un politico di sinistra. Un equilibro perfetto. Una lottizzazione chirurgica. Da quel momento nessuno governo è riuscito più a esimersi dall’individuare personalità messe ai margini della politica per occupare il poltronificio degli enti parco. Con l’avvallo degli istituti di controllo. Che in alcuni casi hanno anche dato una mano nefasta al disegno spartitorio. Solo alcuni Parchi hanno resistito, solo alcuni presidenti hanno provato a far decollare i loro Enti e a resistere alla lottizzazione dei governi che si sono succeduti. L’oggi è impietoso. Unicamente la consapevolezza di dover ripartire dall’anno zero, tagliando i rami marci, innestando nuove gemme e riprogettando sapientemente gli interventi futuri , con le persone giuste al posto giusto (il motto vincente di un tempo passato), si potrà vedere la luce fuori dal tunnel.