Il ricordo di Trentin
e la prova del fuoco
di Maurizio Landini

Il 23 agosto del 2007 ci lasciava Bruno Trentin. Una mancanza pesante per il sindacato e per la sinistra. Certo un protagonista di un’epoca assai diversa dall’attuale. Rileggo nei suoi diari, dopo il maxi-accordo col governo Amato, nel 1992, una dolorosa testimonianza della sua attività di segretario generale della Cgil alle prese con incomprensioni, difficoltà, problematiche forti nella sua amata organizzazione. Scriveva: “Avverto un’immensa fatica fisica e intellettuale, affettiva, tanto che mi pare a momenti di dovermi gettare ai margini di un sentiero e di morire, così, per esaurimento, per incapacità di esprimermi, per disamore per la vita e la lotta, e semplicemente perché non ho più voglia di battermi e di farmi capire…L’intervista che ho telefonato a Bruno Ugolini da Tavera il 5 agosto, ha rappresentato un breve, troppo breve intermezzo. Pochi giorni dopo sono riprecipitato in un sentimento di totale estraniazione e di disperata impotenza”.

Una descrizione amara nonchè, più tardi, una difesa del proprio operato: ”La divisione fra i sindacati e nella CGIL avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico. Salvare la CGIL e le possibilità future di una iniziativa unitaria del sindacato; impedire che fosse imputata ad una parte della CGIL la responsabilità di un ulteriore aggravamento della crisi economica, per emarginarla sul piano politico mi imponevano di firmare l’accordo e di lasciare quindi libera la CGIL e i suoi organismi dirigenti di convalidare o meno quella decisione. E spero ancora, per le ragioni politiche che mi hanno indotto a quel gesto, che lo faccia e tragga da questo la forza per ribaltare a settembre le regole del gioco fuori da ogni ricatto…”.

Trentin riuscirà comunque a imprimere una svolta positiva nell’azione sindacale, con il maxiaccordo stipulato con il governo Ciampi, un anno dopo, nel 1993. Come ha notato Iginio Ariemma: ”Trentin si prese in un certo senso la rivincita sottoscrivendo con il governo Ciampi il patto cosiddetto della «concertazione» che riconobbe il ruolo del sindacato nella determinazione della politica economica sociale nazionale e soprattutto la presenza del sindacato nei luoghi di lavoro per la contrattazione articolata integrativa, funzione che il governo Amato non aveva riconosciuto”.

Viene da riflettere su quei tempi e quegli accordi perchè anche oggi si parla di patto sociale, oppure, come ama dire Maurizio Landini, di contratto sociale. Una vera e propria prova del fuoco. Certo la situazione sindacale e anche quella della Cgil sono ben diverse. Il virus, la pandemia, hanno avvolto anche il conflitto sociale. Malgrado tutto sindacati e governo sono riusciti a concordare primi risultati in difesa del lavoro. Quel che appare assai diversa è la dialettica interna ai sindacati. La Cisl ha recepito senza batter ciglio le dimissioni di un combattivo dirigente come Marco Bentivogli. Mentre Maurizio Landini non sembra certo soffrire le inquietudini trentiniane. Ha acquisito autorevolezza e popolarità. E nell’organizzazione sembrano scomparse dialettiche di destra o di sinistra. Anche se rimangono, nel sottofondo, fenomeni di burocratizzazione, lentezze nell’attuare processi di rinnovamento.

Certo il futuro è tutto da giocare. Questo nuovo “patto” o “contratto” è da realizzare sotto l’egida di Giuseppe Conte che, a differenza dei predecessori renziani, (per non dire del connubio Lega-5 Stelle), non si è sognato di abolire i soggetti intermedi, sindacati compresi. Certo quei titoli (patto, contratto) comportano conquiste, un “avere”, ma anche un “dare”. Un passaggio tutto da scoprire. La Cgil in sostanza chiede, come ripete Landini, “un nuovo modello di sviluppo, diverso rispetto a quello degli ultimi anni, orientato a una migliore sostenibilità ambientale e sociale e fondato sulla occupazione stabile”. Non ci potrebbe stare in questo “nuovo modello” quella che Trentin chiamava “l’utopia quotidiana”? Ovvero considerare lavoratrici e lavoratori come produttori protagonisti, partecipi e non solo oggetto di sfruttamento?

Era quella utopia trentiniana che, come ha riassunto ancora Iginio Ariemma, “deve avere al centro il lavoro e il lavoro deve avere al centro la libertà e l’autorealizzazione della persona umana, …un’utopia però non massimalista, ma concreta, sperimentale, tesa alla trasformazione della vita quotidiana a partire da chi il lavoro non ce l’ha o è precario, e quindi non è libero, oppure ha un lavoro alienante, opprimente, reificato”.