Salari, sinistra
e sindacato

Finalmente si è levata una voce autorevole. Nei giorni scorsi quella di Mario Draghi, che ha detto “I salari e gli stipendi sono troppo bassi…”. Ovvio bisogna elevarli, soprattutto in Italia, dove le retribuzioni sono ferme da anni, mentre i profitti, i portafogli di “lor signori”, sono sempre più gonfi. E il governo ad ogni finanziaria, con i bonus vari, nell’intento, dice, di fare assumere i giovani, impingua ancora le casse degli imprenditori. E quando promette di rivedere i contratti bloccati dei suoi dipendenti, gli statali, non va al di là di una promessa miserevole.
A volte viene da pensare che a Palazzo Chigi, e nei dintorni, neppure mettano la testa fuori dalla finestra. Ma si rendono conto che con mille e trecento euro al mese una famiglia, anche composta di due sole persone, vive di stenti, e se riesce ad arrivare a fine mese, lo deve all’aiuto dei genitori se non dai nonni?

Oltretutto aumentare salari e stipendi – e questo il messaggio di Draghi – rimetterebbe in movimento l’economia in tutti i settori. Si alzerebbero le saracinesche ora abbassate in ogni strada, il commercio e le piccole aziende (una volta spina dorsale della nostra industria) riacquisterebbero respiro, e si creerebbero concrete proposte di lavoro.
Questa nuova mancia al padronato, questa scelta, anche elettorale, dell’ultima manovra governativa, è una offesa arrecata non soltanto ai giovani disoccupati ma anche a coloro che un lavoro lo hanno, costretti a vivere con un salario di fame e sotto continuo ricatto: se ti va bene è così – questo è il messaggio degli imprenditori – altrimenti quello è il cancello, licenziato. A questi signori il governo, ad ogni finanziaria, regala una nuova carta: possono non solo licenziare (vedi abolizione dell’articolo 18) ma rinnovare il “parco” dipendenti assumendo mano d’opera fresca, senza pagare contributi, quelli li paghiamo noi tutti, cioè lo Stato.

Nei giorni d’estate c’è stata l’occasione di incontrare diversi gruppi di lavoratori, in Toscana, operai di Piombino e delle ditte appaltatrici nel famigerato Casone, le industrie chimiche nella piana di Scarlino, davanti al mare. Da queste conversazioni è scaturita una condizione operaia che può essere definita in una parola: ricatto. Sotto ricatto è oggi tutta Piombino. Chiuse le acciaierie da anni, inattive una dopo l’altra le imprese dell’indotto, oltre duemila lavoratori in cassa integrazione in attesa che venga presa una decisione sulla riapertura del grande impianto, prima nelle mire di un algerino, ora di un magnate indiano.

Ecco alcune frasi appuntate durante gli incontri: “Siamo tornati indietro, tutte le nostre conquiste sono svanite. Chi ha un lavoro può perderlo da un giorno all’altro. Nessuno ci difende”. E ancora: “Il capitalismo ha vinto su tutti i fronti. I padroni fanno quello che vogliono. Lo sfruttamento è spinto al limite e anche oltre”. E un operaio di una ditta che ha lavori in appalto: “Arriviamo a sera ubriachi di stanchezza. Dieci e anche dodici ore di lavoro senza respiro, di giorno e di notte, per mille e trecento euro al mese. E qualcuno per anche meno. Una miseria. Ma devi stare zitto e ringraziare. Altrimenti via…”. Commenta un altro: “I padroni sanno che fuori dei cancelli ci sono i disoccupati…”. Un particolare: “Succede, come a me, di infortunarmi. Non sono neppure andato in infermeria, il giorno dopo mi sono messo in malattia… Tanta è la paura di essere licenziato…”. Un pensionato: “Mio nipote si è laureato da alcuni mesi. Cerca un lavoro e fa colloqui. Spera di avere un contratto per 800 euro al mese, dicono tanto per iniziare… Spero che finisca in Germania o Inghilterra…”.

Sì ricatto, un peggioramento della condizione operaia e giovanile (dovevano protestare gli studenti per denunciare lo sfruttamento di “scuola-lavoro”?), che dovrebbe preoccupare la sinistra, nelle sue varie componenti, e i sindacati che appaiono silenti e lontani da queste realtà. “C’è però da dire – sottolinea un altro operaio – che spesso siamo noi stessi a chiedere ai sindacati di non intervenire, perché fa paura ribellarci, in quanto temiamo di perdere il maledetto posto di lavoro. Aspettiamo momenti migliori…”
Sembra, in conclusione, che tutti si viva in una lunga attesa. In attesa che la sinistra, quella vera, sia capace di battere un colpo e rovesciare la attuale situazione di letargo. E che il sindacato, la CGIL in particolare, torni a mobilitare le masse lavoratrici, promuova manifestazioni e scioperi.
Salari e stipendi miseri, il padronato che domina e sfrutta come in tempi lontani, possono essere motivazioni sufficienti?