Il referendum aggrava
l’asimmetria
tra Pd e Cinquestelle

A campagna referendaria ormai conclusa, risulta evidente l’asimmetria identitaria tra le due maggiori forze politiche – il Pd e il M5s – che pure in questi frangenti condividono la responsabilità del governo del paese. L’asimmetria tra la politica e la propaganda è apparsa ancora più clamorosa nel distacco dalla contestuale competizione elettorale in aree significative del territorio nazionale, nonostante il meccanismo di vasi comunicanti insito nell’election day, un evento talmente unico nella vita democratica del paese da dover essere istituzionalizzato dalla Corte costituzionale come ulteriore eccezione in nome dell’emergenza.

Sul merito della contesa referendaria molto è stato detto, ma la semplicistica contrapposizione tra il “sì” e il “no” ha non poco contribuito a oscurare la proiezione strategica della consultazione popolare sul futuro del paese. Non per questo si può scambiare la “prova d’amore“, pretesa sin dalla formazione del governo rosso giallo al posto di quello giallo verde, con l’avallo alla becera propaganda delle poltrone da taglieggiare, ieri con le forbici di cartone davanti alle Camere e oggi con le matite nei seggi elettorali. Avrebbe dovuto, piuttosto, essere l’occasione per mettere alla prova l’aspirazione a quella “stagione riformista” proclamata dal presidente del Consiglio all’atto della riconversione del suo governo dal “contratto” con la Lega al “progetto” con il Pd. Se ne è fatto a meno. Fors’anche per un malinteso tentativo di tenere al riparo il governo e la prosecuzione della legislatura, la cambiale del riequilibrio legislativo anziché essere protestata è stata postdatata, contando che il governo – ed è quel più conta – potesse fare di necessità virtù e resistere al contraccolpo del groviglio formatosi tra le scadenze delle elezioni regionali, amministrative, suppletive in un paio di collegi senatoriali e, appunto, il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari.

Sola eccezione la Liguria

Mentre il centrodestra, nonostante il continuo sommovimento degli equilibri interni, non perdeva tempo nello stringere un patto pur che sia, dall’altra parte si sono abbandonate le competizioni territoriali a se stesse, con la sola eccezione della Liguria seppure in una logica residuale (se non remissiva come era già accaduto precedentemente in Umbria) della mancata prova d’innovazione dei rapporti tra il Pd e la Lega. Lo stesso ambiguo ricorso alla piattaforma Rousseau è sembrato funzionale più a rimuovere il principio fondativo dei due mandati a favore della ricandidatura della Raggi nelle elezioni a venire che come sperimentazione della presa attuale dell’alleanza nel territorio. La regola pentastellata è rimasta di fatto quella enunciata dal “capo politico” pro tempore alla vigilia della presentazione di liste che scontano la sconfitta in nome della “interscambiabilità” tra l’alleato leghista di inizio legislatura e quello attuale. La sola labile differenza sarebbe in un “forse con il Pd ci sono più somiglianze, anche se ci sono distinguo non indifferenti”. Ma forse, per restare al dubbioso avverbio di Crimi (speso perfino per sminuire l’offesa del “partito di Bibbiano” pur generosamente condonato dal Pd con la remissione della relativa querela), l’arrogante rigetto non solo della prospettiva di una alleanza strategica messa in campo dal segretario del Pd Zingaretti, ma persino della convergenza tattica cautamente ipotizzata (ma rimossa in pronta modalità levantina) dal premier Conte per un paio di scrutini regionali, non poteva essere finalizzato che alla convenienza di tenersi in bilico tra l’isolazionismo e il neoideologismo “né di destra né sinistra” per poter scrocchiare su entrambi i versanti consensi utili al surrogato di vittoria nel referendum.

Un assemblaggio privo di collante politico

Per quanto la rottura con la Lega, e la conseguente assunzione di responsabilità di governo con un Pd fattosi carico di rappresentare in proprio l’alternativa alle destre, abbia messo al riparo la democrazia italiana dall’assalto ai “pieni poteri”, i factotum pentastellati sembrano sottovalutare il persistente riflesso ideologico del “taglio di poltrone” sulla visione leghista del capo carismatico cui delegare, per il tramite di una casta fidelizzata di nominati/eletti, funzioni essenziali della democrazia parlamentare. Tant’è che, nonostante il rovescio del governo giallo verde e le pulsioni di rivincita (tenute comunque in agguato dietro l’angolo delle regionali), Salvini ha mantenuto integro l’assenso della Lega alla contrazione del numero degli eletti e, per questa via, al peso costituzionale del Parlamento.

Il problema, è semmai, del Pd, un partito la cui identità si è storicamente forgiata nella transizione istituzionale. Compito ostico, come si è visto con il capitombolo della riforma costituzionale propugnata da Renzi dall’alto del doppio incarico di premier e segretario del Pd. Era quello, obiettivamente, un disegno complesso, ambizioso, teso al superamento del bicameralismo perfetto attraverso la creazione di un Senato delle Regioni senza legami di fiducia con il Governo, con la rimozione dei limiti emersi nella legislazione concorrente con le Regioni, un più stretto vincolo europeo, e una amministrazione in funzione del premier: un disegno sconfitto anche a causa di tanto carico e personalizzazione. Il che dovrebbe indurre a non ripetere l’errore di sminuire la dialettica democratica.
Questa volta l’esito del referendum potrà anche apparire scontato, dato lo schieramento del “si”, ma dovrà pur fare i conti con la debolezza di un assemblaggio privo di collante politico in un Parlamento vocato all’autoconsunzione. Ma che comunque varare leggi (in primis quella elettorale) con cui restituire equilibrio e valore alla funzione e allo stesso mandato parlamentare. Ecco, almeno su questo non sarà indifferente il rapporto di forza che si registrerà tra chi avrebbe voluto piegare la Costituzione addirittura al vincolo di mandato e quanti si propongono di contrastare qualsivoglia tentativo di tagliare con la quantità dei parlamentari la stessa qualità del Parlamento.

La partita, insomma, resta affidata non a una semplice ed informale libertà di coscienza dei singoli militanti, ma alla volontà politica di far argine della deriva plebiscitaria con le ragioni della democrazia non solo del “no” ma proprie anche di tanti “si”.