Il reddito di cittadinanza
non va ma la Boschi
ci risparmi l’ironia

Leggiamo e sentiamo, a sinistra e anche da qualche voce di centro destra, per non parlare dei sindacati, giudizi severi sul famoso “reddito di cittadinanza”. Appare chiaro a chi lo esamina in tutte le sue versioni e spiegazioni che trattasi soprattutto di una promessa elettorale.

Qualcuno lo ha battezzato come un “pesce d’aprile” visto che dovrebbe scattare ad aprile. E visto che in quella data solo un personaggio munito di grande fantasia può sperare che possa scattare, da Sondrio a Palermo, una macchina dello Stato sui problemi del lavoro, capace di identificare coloro che, senza imbrogli, avrebbero diritto al sostegno economico. E insieme dovrebbe scattare una macchina dello Stato capace di formare e indirizzare questo esercito di cittadini verso nuove, moderne attività lavorative. Create da chi? Con quali investimenti? Qui c’è un vuoto, anzi una voragine sulla quale tace anche l’ormai scatenato Di Battista.

Leggiamo, dunque, critiche feroci e rispettabili. Quello che invece non si può rispettare è il sarcasmo di un’autorevole esponente del Pd come Maria Elena Boschi. Lei non lancia i suoi strali contro il provvedimento, bensì contro coloro che potrebbero usufruirne. Li definisce in sostanza, usando il titolo di una canzone pop del gruppo “Lo stato sociale”, come seguaci di “una vita in vacanza”. Degli sfaticati, dei vacanzieri, insomma, vogliosi solo di una qualche mancia. Per divertirsi.

No signora mia, anche lei non ha capito, come non hanno capito Di Maio, Di Battista e soci. Quei tanti giovani meridionali e settentrionali che sono spesso costretti ad emigrare, come nel secolo scorso, non sognano una vita in vacanza. Sognano un lavoro, un’attività in cui possano fare valere i saperi accumulati, magari attraverso anni di studio e ricerche.

Perché è nel lavoro, non nel “sussidio” che una donna, un uomo, può costruire la propria identità, creare una famiglia, formare solidarietà e convivenze serene. Un futuro civile.