E’ braccio di ferro
su Savona ministro

Avevano fatto male i conti Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Anticipando fuori da ogni regola il programma di governo, e poi il nome del designato a Palazzo Chigi, e poi quelli dei ministri che dovrebbero affiancarlo, si erano illusi di poter forzare la mano. E costringere, davanti al fatto compiuto, il presidente della Repubblica ad accettare qualunque indicazione. Errore madornale. Irrispettoso. Da principianti.

Il Capo dello Stato ha cominciato, in parallelo alle estemporanee uscite dei due giovanotti di lotta e di governo, a ricordare quali fossero le sue prerogative e anche quelle del nominando premier. Una, due, tre volte. E poi ancora. Niente da fare quegli articoli 92 e 95 della Costituzione a Di Maio e Salvini continuano a sembrare un ammonimento e non un obbligo. Un paterno consiglio.

Il risultato è che continua il braccio di ferro tra i titolari della coalizione anomala ma che detiene la maggioranza e il Quirinale. La pacatezza e la saggezza di Sergio Mattarella sono  state con tutta evidenza male interpretate. Facendo giungere lo scontro ad un livello mai visto.

Ancora più grave in prospettiva. Perché quando le ragioni di esso saranno spazzate inevitabilmente rimosse, poiché  il Paese un governo prima o poi dovrà averlo, si conteranno vincitori e vinti. Se l’indicazione di Paolo Savona, l’anti europeista, alla  guida del ministero dell’Economia, il nodo del contendere ormai da giorni, dovesse essere ritirata, certo i leader leghista e pentastellato ci farebbero una gran brutta figura. Ma poi non tanto dato che i rispettivi elettorati, c’è da  scommettere, non è che questo Savona ce lo devono avere in gran simpatia, dato che nel futuro governo rappresenterebbe il vero esponente della continuità. Di quella casta nemica  da combattere con ogni mezzo. E non da accompagnare tra  gli applausi a via XX Settembre. Ma più grave sarebbe se il Capo dello Stato decidesse di cedere alle pressioni di politici sorridenti e livoroso. Quanto uscirebbe minata nella sua forza la guida più alta del Paese se non riuscisse a far rispettare quegli articoli della Costituzione che sono la via maestra della vita democratica del Paese. I diktat non possono averla vinta.

E’ trascorsa un’altra giornata senza esecutivo. E Matteo Salvini ci ha fatto sapere di essere “davvero arrabbiato”. Se n’è tornato a Milano lasciando Di Maio, l’ottimista del duo, il poliziotto buono che clicca  “mi piace” a a sostegno dell’arrabbiatura del collega, a  presidiare Roma. Appare sempre più evidente che la coalizione giallo-verde rischia di finire ancora prima di cominciare. Se saltasse Savona verrebbe messo in discussione tutto l’impianto. E un equilibrio, difficilmente trovato, crollerebbe un tassello dopo l’altro. In sequenza velocissima. Rischio elezioni anticipate? L’arrabbiato Salvini è quello che le teme di meno visti i sondaggi. L’incaponirsi su Savona potrebbe essere una strategia per raggiungere l’altro obbiettivo.

Il premier incaricato non è stato con le mani in mano. Ha incontrato il governatore di Bankitalia, Visco dopo aver ricevuto il giorno prima i rappresentanti dei risparmiatori vittime delle banche. E poi i suoi due sponsor. Alla fine, in taxi ma scortato, se n’è andato al Quirinale senza lista dei ministri. Un incontro informale, anch’esso una novità, durato circa un’ora in cui è stato fatto il punto della situazione. E sono emerse tutte le difficoltà, Savona in testa. Ma problemi ci sono anche per il ministro degli Esteri.

Non resta che aspettare. La situazione è troppo tesa perché non si arrivi a una soluzione in tempi rapidi.