Il Quirinale
e una legge
disumana e illiberale

L’approvazione del decreto sicurezza dà una definitiva sepoltura al mito estivo, ostinato quanto inconsistente, circa la differenza etico-politica irriducibile tra grillini e leghisti. E pone, in aggiunta al dato politico ormai risolutivo circa la natura del non-partito della Casaleggio, che da formazione patrimonialista ora diventa pure creatura con ambizione liberticida in materia di vita e di morte, anche alcune domande, esplicite e radicali, sul senso del diritto costituzionale e delle libertà fondamentali nell’età del populismo-regime.

I custodi della Costituzione

Roma, Piazza del Quirinale. ph. Umberto Verdat

Ci sono aspetti del decreto convertito con voto di fiducia che appartengono alla fisiologia del processo politico e alla dialettica interpartitica. Altri però riguardano questioni metapolitiche. Oltre alla protesta che continua nelle piazze e rinvia alla speranza di un nuovo governo, in un ordinamento ben attrezzato dovrebbe essere disponibile anche la potenza correttiva dei custodi della costituzione. La natura delle norme sulla sicurezza è tale da porre interrogativi sulla esistenza o meno di anticorpi attivi nella struttura dell’ordinamento, di competenze richieste per contenere la spinta alla de-costituzionalizzazione che pare in atto.

Nel testo approvato in senato affiorano elementi giuridici e culturali di segno regressivo, che evocano abusi del potere di maggioranza nel ledere principi che paiono indisponibili non solo secondo i dettami dell’etica individuale ma anche in virtù delle laiche carte dei diritti vigenti e quindi delle leggi positive coercibili. E’ prevedibile che, per la loro carica distruttiva, certe misure governative interrogheranno la Consulta e forse anche organismi sovranazionali che, se coinvolti, dovranno pronunciarsi in merito alla loro legittimità.

In nome di Maria vergine

Ciò significa che anche norme così illiberali conservano una loro emendabilità grazie ai diritti e che quindi l’abuso del potere gialloverde può trovare un qualche giudice autorizzato a porvi un rimedio. Questo però può accadere solo in un tempo lungo, quando molti corpi saranno già restituiti dal mare. E quindi il problema vero, morale e costituzionale insieme, è chi intanto si assume la responsabilità dei destini di vite umane sacrificate sull’altare blasfemo della propaganda sovranista che legifera in nome di Maria vergine.
La vera posta in gioco nella fase dell’interregno, cioè dello scarto temporale che si apre tra l’entrata in vigore delle misure repressive e la loro correzione per via della giustizia costituzionale, riguarda i costi umani, del tutto preventivabili e non solo ipotetici, imputabili alle conseguenze reali delle proibizioni richieste in nome della lotta al favoreggiamento della immigrazione clandestina. 

Un ordinamento coerente, quale dovrebbe ancora essere quello tratteggiato in uno Stato costituzionale di diritto, non può lasciare vite in sospeso e in balia della sorte in un arco temporale che va dalla violazione dei principi costituzionale all’eventuale intervento della corte che solo ex post ristabilisce la coerenza dei valori fondativi del sistema repubblicano.

Valori superiori

Questo vuoto di tempo è scontato nelle controversie sulle attribuzioni procedurali, sulle decisioni non drammatiche. Meno comprensibile è lasciarlo affiorare nel campo dei diritti fondamentali, quando cioè la vita reale delle persone (non solo migranti) è direttamente in gioco. Esistono poteri in mano al Quirinale che dovrebbero essere invocati in nome di valori superiori e spesi in un conflitto positivo con il governo, per far valere le ragioni della vita e dei principi intangibili del costituzionalismo mondiale su quelle della bieca volontà di vendetta del ministro che più che quella dello statista ha la sana vocazione del bagnino.
La riserva per il Viminale di compiti di accertamento, proibizione, divieto che trascendono ruoli specifici dell’autorità giudiziaria è solo uno dei più eclatanti simboli liberticidi dei provvedimenti. Il sequestro delle imbarcazioni, con una ammenda milionaria per il proprietario, non è certo una normale sanzione amministrativa. Rinvia piuttosto a un espediente sproporzionato, e sottratto a qualsiasi valutazione della magistratura, che lo tramuta in arma dissuasiva e afflittiva dalla valenza penalistica indiretta.
Dinanzi a criteri per l’arresto, a un insieme di norme penalistiche scritte all’insegna della propaganda, cioè per diffondere un manifesto ideologico a consumo della banale volontà di punire molto cara al razzismo imperante, l’ordinamento repubblicano dispone delle figure e degli strumenti costituzionali (diniego della firma presidenziale) per intervenire tempestivamente a difesa dei valori minacciati della democrazia e del rispetto delle libertà fondamentali della persona.