Il quattro quarti, la canzone
e le tronche di Jovanotti

La canzone italiana ha un problema con le finali. Lo sanno tutti (tutti quelli che scrivono canzoni) ma la musica va per la sua strada: ogni tanto, però, ci fa bene ricordarlo. La nuova hit di Jovanotti Oh vita! è una buona occasione, usiamola. Allora: il pop (popular music) dalla scoperta del rock’n’roll in poi si è sempre appoggiato ritmicamente sul tempo in quattro/quarti (il walzer è in tre/quarti, il jazz è in cinque/quarti, ecc.). Provate ad ascoltare un pezzo rock e a battere il tempo: one-two-tree-four. L’ultima battuta s’appoggia su una tronca: four nella pronuncia diventa fo’. In italiano no: quattro è quattro, ossia due sillabe. E infatti ogni parola regolare, piana, in italiano vuole l’accento sulla penultima sillaba: quà-ttro. Ma se ascoltando una canzone provate a battere il tempo in italiano direte: un-du’-tre-qua’!, ossia, finirete con una tronca. È la nostra dannazione.

Il problema della lingua italiana – rispetto all’inglese che detta legge nel pop e nel rock – è che noi dobbiamo timbrare le finali. E per scrivere canzoni rock o pop ci tocca invece troncarle: perché, te, me, andrò, più… Da sempre: «Non son degno di te/ non ti merito più» di Gianni Morandi (anzi, Franco Migliacci, l’autore del testo) è un classico escamotage per aggirare il problema. Il rock e il pop vogliono finali accentate. Ditelo un po’ a Zucchero che s’è dovuto inventare ogni assurdità, ogni tronca mezza inglese per risolvere il problema! Mentre Pino Daniele, geniale, ha creato una lingua nuova: anglo-napoletano l’hanno chiamato. Nel senso che aveva le parole interne in napoletano e quelle finali in inglese: un trucco matematico («yes I know my way/ mo’ nun me futte cchiù»).

Ma chi ha superato d’un colpo il problema è stato proprio Jovanotti. La sua grandezza è tutta nella scelta musicale di fondo che gli consente di usare parole piane invece che parole tronche: è l’invenzione del rap. Il rap è una musica in quattro quarti mascherati, ossia nella quale il “quattro” è lungo: gli inglesi compitano one-two-tree-four arrotolando la u e trasformando il monosillabo in un bisillabo. Provate in italiano: uno-due-treeee-quattro! È come se fossero i semitoni (i musicisti mi perdoneranno, la definizione è tecnicamente impropria ma rende l’idea agli inesperti) a dettare legge: un diventa uno, du’ diventa due, tre diventa treeee, qua’ diventa quatt-ro. Il rap ha sconfitto il predominio nelle tronche. E così Jovanotti – strepitoso scrittore di canzoni, comunque la si pensi di lui – ha avuto vita facile a rompere l’assedio di sé, perché, me… Prendete appunto Oh, vita, la sua nuova canzone (non all’altezza delle sue migliori, ammettiamolo): non c’è una sola tronca. Anzi, l’autore si prende la briga di mettere in rima supercalifragistichespiralidoso (quattordici sillabe!,il termine assurdo inventato dai fratelli Sherman per Mary Poppins) con mostruoso: che cosa c’è di meno rock di un gioco del genere? Nulla. Tant’è vero che, qualche verso più giù Jovanotti lancia nel suo testo il termine Precipitevolissimevolmente (la più lunga parola italiana, datata 1600), seppure senza metterla in rima. Ma la scrittura priva di tronche di Jovanotti, in ciò quasi proterva, è ormai un classico. E che questo avvenga nel segno del rap, come nel caso di Oh vita!, appunto, non stupisce. Ma è ben più significativo (artisticamente) quando l’ostacolo viene superato nell’ambito di una canzone melodica come nel caso – poniamo – di Fango: un quattro/quarti mascherato da cinque/quarti che non presenta una sola tronca. Geniale!

Viceversa, avete mai fatto caso che la canzone italiana in stile sanremo (ossia generalmente dalla scrittura semplice, quando non banale) è fatta al futuro o al futuro o al passato remoto? Il trucco è nell’accento. Andrò, camminerò, andò, camminò… è sempre la stessa questione. Avete presente quanta felicità c’è nelle nostre canzoni? Quanta fatalità? Quante città? Quanti perché? Da qualche parte bisogna pur appoggiarsi per fingersi inglesi. Certo, le sdrucciole aiutano: l’accento sulla terzultima sillaba consente di glissare sulle successive, ma è un puro artificio che non sempre riesce (Ivano Fossati è pieno di sdrucciole, ma a lui il trucco riesce benissimo, ed è l’unica eccezione possibile). Perché in fondo la grandezza dei nostri parolieri è tutta in un accento: Mogol lo metteva alla fine senza mai essere banale, Jovanotti lo mette in mezzo arrotolando le storie. È una questione di ritmo e di ispirazione: la musica è una gabbia, il problema è restaci dentro con dignità.