“Il Quadraro è come il Vaticano:
nazisti e fascisti qui non entrano”

Ci sono un monumento, il nome di un parco e una targa a ricordare quel giorno, il 17 aprile del 1944. È c’è, ormai flebile e inevitabilmente precaria, la memoria di qualche vecchio protagonista di quel che accadde 74 anni fa. Il Quadraro, quartiere di Roma stretto tra la via Tuscolana e la via Casilina, da un po’ di tempo vive una sua piccola revanche sulla sua fama, che a Roma non è mai stata un granché: periferia degradata, microcriminalità, oggi melting pot di mille etnìe, un tempo ghetto per i romani cacciati dai quartieri più popolari del centro a causa degli sventramenti megalomani di Mussolini e per gli immigrati delle regioni italiane più povere, Sicilia, Abruzzo, soprattutto Calabria. Un posto dal quale, fino a pochi decenni fa, era meglio tenersi alla larga e che ora, invece, grazie anche al fatto che le case costano meno che altrove, sta diventando un po’ alla moda, come altri quartieri popolari della capitale, come il Pigneto, poco lontano, o la Garbatella.

Era un quartiere che gli estranei dovevano evitare, il Quadraro, anche allora, durante i mesi dell’occupazione tedesca cominciata dopo l’8 settembre del ’43. Gli abitanti di tutto il settore sud-orientale di Roma erano i più ostili agli occupanti nazisti e ai loro servi fascisti, e avevano le loro buone ragioni. Intanto la fame: l’occupazione aveva portato i razionamenti e aveva interrotto il traffico, prima fiorente, tra la città e le campagne, quelle dell’Agro Romano e quelle, più lontane ma non irraggiungibili neppure in tempo di guerra, delle regioni d’origine degli immigrati. Poi la tradizione: Centocelle, il Quarticciolo, Porta Furba erano stati quartieri proletari, rossi, comunisti, socialisti, un po’ anche anarchici. Neppure nel periodo dello squadrismo più violento, tra il ’19 e il ’22 i fascisti, da quelle parti, s’erano visti troppo. Al Quadraro se ne vantavano: siamo una repubblica, dicevano, e se qualcuno a Roma si trova a dover scappare ha solo un’alternativa: o in Vaticano o da noi. Una strana sintonia, quella tra il quartiere dei comunisti e dei socialisti mangiapreti e il Cupolone con dentro il Papa, che deve aver avuto qualche influenza sull’orientamento dei parroci, molti dei quali, si sarebbe visto poi, erano pronti a fare la loro parte contro i diavoli nazisti e fascisti.

La situazione si complicò neppure un mese dopo l’8 settembre del ‘43. All’inizio di ottobre l’organizzazione Todt aveva terminato le fortificazioni della linea Gustav, dal Tirreno all’Adriatico passando per Montecassino, e i rinforzi per quella linea difensiva essenziale passavano per Roma, proprio lungo la via Casilina, esposta ai boicottaggi e agli agguati dei partigiani, specialmente la notte, quando il traffico dei mezzi tedeschi si faceva più intenso per sfuggire alla ricognizione degli alleati. Tra Centocelle e il Quadraro erano presenti un po’ tutte le formazioni della Resistenza romana: i Gap dei comunisti, i socialisti, i “badogliani” e, particolarmente attivi, gli uomini di “Bandiera Rossa”. Tutti, dopo le loro azioni, trovavano rifugio nei quartieri in cui né i tedeschi né i fascisti osavano avventurarsi. All’inizio del ’44 le azioni dei partigiani, incoraggiati dallo sbarco degli alleati ad Anzio che prefigurava una rapida avanzata verso Roma (che poi non ci fu), si intensificano. Per il comando militare germanico quella zona della capitale, il “nido di vespe” come viene chiamato quel settore della città, diventa un problema molto serio. Il 31 marzo il comando dispone che il coprifuoco venga anticipato alle 4 del pomeriggio in tutti i quartieri che gravitano sulla Casilina e la Tuscolana: Centocelle, Torpignattara, Quarticciolo, Porta Furba, Quadraro. Ma la misura è controproducente: gli abitanti sono esasperati e si moltiplicano gli atti di insubordinazione, in particolare gli assalti ai convogli tedeschi che portano viveri e munizioni per le truppe della Gustav. Allora si fanno molto forti le pressioni sul capo della Gestapo a Roma, Herbert Kappler, perché il territorio venga “bonificato” e liberato dai “banditi”. Kappler esita. Il 24 marzo ha ordinato la strage delle Fosse Ardeatine per rappresaglia contro l’attentato di via Rasella ed è ben consapevole dell’odio che quella strage ha suscitato nell’animo dei romani. Sa che in quella zona circolano molte armi, in gran parte sottratte dalle bande ai tedeschi stessi e teme che un’azione di polizia provochi una vera e propria battaglia.

Il 10 aprile, lunedì di Pasqua, però, avviene un episodio che Kappler non può far finta di ignorare. In una trattoria di via Calpurnio Fiamma a Cinecittà, “Da Gigetto”, tre soldati tedeschi vengono uccisi. A fare fuoco è stato un personaggio già molto noto: Giuseppe Albano, detto il “gobbo del Quarticciolo”. Era seduto a un tavolo, ha notato che i tre lo stavano guardando, ha pensato che lo avessero riconosciuto perché è ricercato da tempo e il suo difetto fisico, una piegatura della spina dorsale provocata da una caduta da piccolo, lo rende facilmente identificabile. Allora non ha avuto esitazioni: ha tirato fuori la pistola e ha sparato.

Albani è un ragazzo, ha poco più di 18 anni. È nato in Calabria e a Roma, dov’è immigrato con la famiglia, e al Quadraro e nei quartieri del sud-est ha cominciato una carriera di ladro e rapinatore. Nessuno, tra la gente del posto, lo considera però un criminale. Lui ruba o rapina per aiutare i più poveri, e soprattutto le sue vittime preferite sono gli odiatissimi soldati tedeschi. Il Gobbo diviene così un vero eroe per i romani antifascisti e un esponente della Resistenza. Dopo la liberazione di Roma metterà la sua banda al servizio della Questura per la ricerca dei collaborazionisti e dei criminali fascisti della famigerata Banda Koch. Giuseppe Albani morirà il 16 gennaio del ’45 in via Fornovo, nel corso di una sparatoria con i carabinieri, dopo che in un episodio mai chiarito in una azione della sua banda aveva perso la vita un ufficiale britannico. Pare che l’uccisione del Gobbo sia stata effetto di una provocazione ordita da infiltrati fascisti.

Di fronte all’uccisione di tre militari tedeschi in pieno giorno e davanti a tanti testimoni Kappler non può non reagire. Reclama che il comando della Wehrmacht gli metta a disposizione le forze necessarie a un vero e proprio assalto militare e nei giorni successivi mette a punto un piano di invasione che prevede l’impiego di migliaia di soldati.

L’Operation Walfisch (Operazione Balena: ad indicare la grossa dimensione di uomini e mezzi) scatta all’alba del 17 aprile, una settimana esatta dall’uccisione di Cinecittà. Tutte le vie del Quadraro vengono bloccate dai mezzi militari, tutte le case vengono perquisite e tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni vengono portati via. Un rastrellamento d’una ampiezza e di una violenza paragonabile, a Roma, solo a quello del ghetto, avvenuto il 16 ottobre dell’anno precedente. Allora le persone portate via furono 1024, la grande maggioranza delle quali finita nelle camere a gas di Auschwitz. Stavolta i deportati saranno tra 800 e 900 (il numero esatto non si saprà mai), trasferiti prima nei grandi spazi degli studi cinematografici di Cinecittà, da qui a Grottarossa, sulla Flaminia, poi a Terni e quindi nel campo di concentramento di passaggio di Fossoli, in Emilia, da dove tutti gli uomini in grado di lavorare verranno trasferiti in Germania o nella Polonia occupata a lavorare come schiavi alle fortificazioni, alla rimozione delle macerie o alla raccolta nei campi. Molti moriranno e non se ne saprà nulla. Degli oltre 683 i cui nomi vennero ricostruiti dal parroco del Quadraro, don Gioacchino Rey, 16 risultano certamente morti, pochi sono quelli che fecero ritorno nel dopoguerra, e il grosso risulta, ancor oggi, disperso. Chissà quanti sono sepolti senza un nome né una lapide nelle campagne della Germania orientale o della Polonia occidentale.

Il giorno stesso del rastrellamento, Kappler fa affiggere sui muri di Roma un manifesto in cui si legge: «Avvertimento alla cittadinanza romana. La dura risposta germanica che, pur troppo, ha dovuto far seguito al delitto consumato in via Rasella, ha trovato evidentemente in alcuni ambienti poca comprensione. Nel lunedì di Pasqua, nuovamente, parecchi soldati germanici sono caduti alla periferia di Roma, vittime di assassini politici. Gli attentatori riuscivano a rifugiarsi, senza essere riconosciuti, nei loro nascondigli in un certo quartiere di Roma dove loro trovavano protezione verso i loro compagni comunisti. Il Comando superiore germanico è stato perciò costretto ad arrestare nel detto quartiere tutti i comunisti…La popolazione di Roma comprenderà queste misure. Essa potrà evitarle in avvenire partecipando attivamente alla lotta contro la delinquenza politica e informando il Comando superiore germanico…Chi si sottrae a questo obbligo si rende complice». Parole dietro le quali si leggono l’impotenza e la rabbia dei nazisti. Dopo meno di due mesi Roma sarà liberata e comincerà la caccia agli autori della strage delle Fosse Ardeatine e del rastrellamento al Quadraro.

Scrivevamo all’inizio che gli avvenimenti del 17 aprile 1944 sono ricordati con poche testimonianze pubbliche. Ogni anno ai comitati di quartiere e il X Municipio di Roma (insignito di medaglia d’oro della Resistenza) indicono una manifestazione cui partecipano molti cittadini del Quadraro e dei quartieri vicini. Dal 2010 ogni 17 aprile viene portato in scena, per le vie che videro il rastrellamento, uno spettacolo teatrale basato sulle testimonianze dei sopravvissuti: “Nido di Vespe” di Simona Orlandi, per la regia di Daniele Miglio. Nel 2013 è stato realizzato un videoappello per chiedere che gli eventi dell’aprile del ’44 siano menzionati nei libri di storia. L’appello, realizzato dall’Associazione Quadraro44 per la regia di Riccardo Russo, è stato sottoscritto da numerosi artisti e personaggi pubblici tra i quali Daniele Silvestri, Don Gallo, Fiorella Mannoia, Valerio Mastandrea, Diego Bianchi, Ascanio Celestini, Monica Guerritore, Giancarlo Ratti, Moni Ovadia, Peppe Servillo, Carlo De Ruggieri e il Trio Medusa. Ci uniamo a loro..