Il Progresso sarà sconfitto se vincono
le falsità culturaliste

Esiste o è soltanto un mito consolatorio quell’irrevocabile procedere della civiltà umana che chiamiamo Progresso? La settimana scorsa Barack Obama e Sergio Mattarella hanno risposto all’incirca nello stesso modo: progredire non è un destino, semmai un progetto i cui successi possono essere sempre disfatti dalla forza inerziale che risucchia l’umanità all’indietro.

Occorre “contrastare tendenze alla regressione della storia”, ammonisce Mattarella, preoccupato dalle tempeste che avvista all’orizzonte. E Obama: siamo ad “un bivio”, per quanto gli ultimi venticinque anni abbiano visto importanti affermazioni dei diritti umani, adesso rischiamo di scoprire che quelle vittorie furono soltanto “a deviation”, una deviazione dal corso normale della storia.

L’America di Trump ha rovesciato la clessidra, e anche l’Europa adesso teme che quel poco o tanto di progresso capitalizzato negli ultimi venticinque anni sia altrettanto revocabile del progresso compiuto dagli Stati Uniti, forse perché frutto di un percorso non meno contorto e ambiguo. Se l’inizio che Obama assegna al venticinquennio liberal è l’elezione di Nelson Mandela a presidente del Sud Africa, l’inizio europeo potrebbe essere un conflitto occorso nello stesso periodo, la guerra di Bosnia (1992-1995). Furono quelle ‘pulizie etniche’ a condurci al crocevia al quale sembra riportarci un eterno ritorno: di qua l’idea che i diritti umani siano prioritari e vadano protetti dalle nostre democrazie e dalla giustizia internazionale; di là la convinzione che ‘Prima veniamo noi’, le nostre convenienze, ‘i nostri valori’, e l’arbitrio di maggioranze illiberali.

Tuttora interpretiamo il conflitto in Bosnia come il prodotto di ‘odi atavici’, secolari, che opponevano le tre ‘comunità etniche’: serbi, croati e Musulmani. In un libro di straordinario successo, The Clash of Civilizations and the Remake of the World Order, Samuel Huntington sviluppò la tesi dell’odio etnico nella teoria dello ‘scontro tra civiltà’, per la quale in futuro i conflitti più rilevanti non saranno ideologici o economici, ma ‘culturali’. Opporranno maestosi agglomerati di nazioni, le Civiltà, ciascuna identificata da un sistema di valori e di comportamenti radicato nella religione. Nelle note al suo libro, Huntington scrive appunto che la guerra di Bosnia è stata il primo scontro tra civiltà.
Per quanto suggestiva la rappresentazione culturalista tuttavia ha un difetto: in buona sostanza è falsa. Lo è perché rimuove le cause assai concrete che dalla notte dei tempi motivano i conflitti (lotte per il potere o per il controllo delle risorse, antagonismi sociali, ambizioni di gruppi, eccetera).

Nel caso bosniaco la falsificazione culturalista era facilmente smascherabile. Nelle maggiori città i matrimoni interetnici superavano largamente il 10%, l’attuale media della Gran Bretagna, paese che non sembra sull’orlo della guerra civile: dunque l’odio etnico era il progetto dei nazionalisti serbi e croati, non un destino. E infatti la guerra non aveva nulla di spontaneo: era stata architettata e fu condotta, almeno nella prima fase, da Serbia e Croazia, come confermano i processi celebrati dal Tribunale dell’Aja. Dunque perché l’Europa finse di non vedere, non sentire, non capire? Per vari motivi, tutti inconfessabili. Protezioni storiche (Germania e Austria verso la Croazia, Italia e Francia verso la Serbia), ostilità all’idea di uno Stato europeo a maggioranza musulmana, e soprattutto rifiuto dei rischi militari e politici che avrebbe comportato una difesa dei diritti umani in Bosnia. Era più conveniente mettere sullo stesso piano aggrediti e aggressori e attribuire a gli uni e agli altri avversioni mortali e irrefrenabili alle quali sarebbe stato insensato opporsi. E’ il vantaggio del culturalismo: travisa cioè che va nascosto.
La procedura che condusse gli europei all’inazione è la stessa che ricorre in successive guerre occidentali: piccoli consessi formati da vertici istitituzionali, politici, militari, economici e diplomatici decidono, in accordo con gli alleati e consultando le opposizioni, cosa fare e per quali obiettivi; quindi si costruisce la rappresentazione ‘morale’ più idonea a convincere l’opinione pubblica e si avviano le psy-ops, le ‘operazioni psicologiche’ per confermarla. In questo modo si riuscì perfino a spacciare per ‘interventismo umanitario’ una guerra neocoloniale come l’attacco Nato in Libia, forse ‘umanitario’ nella prima settima, quando salvò i rivoltosi dai tank di Gheddafi, ma non negli otto mesi successivi, nei quali lo scopo primario delle aviazioni coinvolte fu sterminare la famiglia Gheddafi e azzerare la possibilità di una transizione. Un compromesso politico con il vecchio regime avrebbe reso nulli i generosi contratti fatti firmare ad un governicchio provvisorio instaurato a Bengasi.


Tuttavia il modello manipolatorio rodato dagli occidentali ha finito per ritorcersi contro le democrazie liberali. La favolistica dello scontro tra civiltà ha convinto il fondamentalismo islamico che il conflitto con i cristiani è inevitabile (a farmi scoprire Huntington fu, negli anni Novanta, un imam di Giacarta). E il culturalismo ha insegnato al populismo il trucco col quale quello oggi si afferma: inventa una grandiosa entità collettiva (il Popolo, la nostra Civiltà) e le attribuisce un’essenza etica inaccessibile a soggetti privi dei mai specificati ‘nostri valori’ (migranti invasori, plutocrazie internazionali e altri malintenzionati).

Danni ancora più gravi li ha prodotti la rappresentazione ‘umanitaria’ di guerre condotte per tutt’altri motivi, da ultimo l’attacco Nato in Libia. Così clamorosamente false erano le ragioni addotte dagli occidentali che la verità, quando è emersa, ha svalutato non solo l’interventismo liberale ma soprattutto i diritti umani. I sovranisti adesso hanno buon gioco nel bollarli come strumento dell’imperialismo, pretesto di occhiute ingerenze, grimaldello dell’odioso cosmopolitismo nemico del popolo.
Questi disastri auto-inflitti non hanno cancellato spettacolari successi, dalla nascita di una giustizia internazionale a protezione dei diritti umani fino alla mini-guerra dell’Alleanza atlantica in Bosnia, che tra contraddizioni e nefandezze fermò l’ecatombe. Ma la controtendenza oggi appare più forte, agevolata com’è dalle titubanze del moderatismo e dalla confusione delle sinistre.

In quella vasta zona grigia ci si barcamena con complicati equilibrismi – proclamarsi antirazzisti ma ammiccare agli islamofobi, rendere omaggio ai diritti umani ma anche al governo Netanyahu, biasimare Salvini ma omettere che quello si muove nella scia del suo predecessore, continuare a sdegnarsi per l’attacco Nato in Bosnia ma non per l’atarassia di destre e sinistre durante i tre anni della strage. E tacere quando Renzi celebra le straordinarie di virtù di Abd-al Fattah al-Sisi, il Pinochet egiziano (nei confronti del Pinochet cileno, Almirante fu più circospetto). Nel frattempo l’Angelo della storia torna a volgere le spalle al futuro verso cui avanza con passo sghembo, lo sguardo ipnotizzato dalle rovine che ingombrano il passato.

Presto il crinale tra aspirazione al progresso ed eterno ritorno nella variante culturalista traccerà la nuova geografia politica, trapassando trasversalmente la vecchia opposizione destra/sinistra. E noi qui a chiederci su quale lato apparirà il sorriso fluttuante nel vuoto del nostro gatto dello Cheshire, il vicepremier Di Maio, di cui si potrebbe dire parafrasando Alice: “Ho visto politici senza sorriso, ma un sorriso senza politico mai”.