Il progetto gialloverde:
istituzioni deboli
Paese diviso

Questo governo non cadrà rapidamente. La convinzione di tanti dirigenti di sinistra che si andrà a votare presto non è altro che, per usare una formula molto di moda, wishful thinking dovuto all’incapacità di affrontare una situazione diversa dai comodi schemi a cui erano abituati.

Tale situazione è semplicemente che MoVimento 5 Stelle e Lega hanno due progetti egemonici che nel lungo periodo forse confliggono, ma nel breve sicuramente marciano assieme.

Ritorno alla prima repubblicaIl progetto dei grillini è l’ulteriore indebolimento delle istituzioni democratiche: la riduzione del numero dei parlamentari nel Paese europeo che ne ha il più basso numero in rapporto alla popolazione non è altro che il tentativo di creare una casta, stavolta una casta per davvero. Con questa riforma costituzionalee la legge elettorale vigente si realizzerebbe il “Parlamento dei nominati” per tanti anni oggetto di polemica a cinque stelle, solo che, nelle loro speranze, questi parlamentari sarebbero nominati dalla Casaleggio e Associati.

La scommessa leghista è invece il regionalismo differenziato: un progetto di Paese in cui il Nord prospera e il Sud diventa sempre più terra di emigrazione, lavoro a basso costo e sfruttamento. In pratica, colonialismo. In questo schema, la Lega consoliderebbe ancor di più il suo controllo, già ora fortissimo, sul Nord del Paese, affermandosi definitivamente come arbitro dei suoi destini produttivi ed economici.

La polemica sui migranti è un utile strumento per distogliere l’attenzione da queste due minacce per la nostra Costituzione e per il nostro futuro. Nella disattenzione generale e nella complicità delle tante élite, economiche ma non solo, che ne avrebbero vantaggio, questi due progetti vanno avanti rapidamente; confidare che il governo gialloverde si sfasci a un passo dal traguardo non è solo irrealistico, è suicida.

Colpisce il silenzio del mondo giuridico, forse ormai troppo compromesso con il MoVimento 5 Stelle per aprire bocca davanti a questo scempio. E colpisce anche la condotta sciaguratamente ambigua del PD che, dopo aver soffiato per bocca di Renzi sul vento dell’antipolitica nel referendum del 2016, ora permette che i suoi governatori di regione spingano per il progetto leghista, senza che la segreteria nazionale ritenga opportuno dire alcunché.

Sono pochi a essersi schierati contro l’autonomia differenziata: diversi accademici (tra cui il costituzionalista Villone, l’economista Viesti, il Rettore della Federico II e Presidente della CRUI Manfredi), pochissimi politici; l’unico partito che si sta battendo è Articolo 1. Nessuno invece ha finora aperto bocca contro il taglio dei parlamentari.

Bisogna urgentemente rendere chiaro quanto la nostra democrazia in questi giorni corra un rischio definitivo; a entrambi questi progetti eversivi bisogna opporsi con ogni forza possibile, o le distopie di tante opere di fantascienza saranno poca cosa rispetto al destino del nostro Paese.