Il processo e la legge
due Italie divise

«È una sofferenza immane. Non la auguro a nessuno, neanche al mio peggior nemico», ha detto Fabiano Antoniani in una video-intervista proiettata nell’aula del tribunale di Milano dove si sta celebrando il processo alla dignità umana. L’imputato è Marco Cappato, radicale, esponente dell’Associazione Luca Coscioni, che deve rispondere del gravissimo reato di aiuto al suicidio. La sua colpa è aver accompagnato in Svizzera dj Fabo che, in seguito a un brutto incidente stradale, era rimasto cieco e tetraplegico. Costretto a una vita non-vita, lui così esuberante. Lui, così vivo e ribelle, rinchiuso in uno stato di pre-morte. Quelle parole sono un pugno nello stomaco di un Paese prigioniero di un mondo senza-diritti, nel quale una cultura cattolica chiusa vuole imporre il suo credo a tutti, anche a chi non crede. Un paese sempre indietro e nel quale i diritti civili fanno fatica ad affermarsi, sempre sacrificati sull’altare dei patti politici e della governabilità a tutti i costi.

Ecco, quel processo di Milano, mi fa vergognare di essere italiano. Vedere al telegiornale le immagini di uomini e donne che tentano di difendersi da accuse così infamanti, vedere il volto provato di Fabiano in video, sentire la fidanzata raccontare del loro rapporto e della loro vita e di quell’incidente e della volontà di quel ragazzo di 39 anni di farla finita perché imprigionato nel buio. Ascoltare il medico che spiega la malattia, il dolore, il dramma di una vita spenta. E sentire Marco Cappato rivendicare con orgoglio di aver aiutato Fabiano a morire per difendere la sua dignità. Tutto questo dà la misura della distanza abissale tra il paese reale e il mondo politico, tra i problemi della vita e le idee di chi pretende di immaginare la vita. Certo, anche se il nostro codice prevede quel reato, prevede quella imputazione, e poi un processo, una probabile condanna, quell’aula di tribunale appare come il simbolo di un tempo che si è fermato e resta uguale a se stesso.

Oggi che finalmente il testamento biologico diventa legge grazie a un’inedita e salutare alleanza tra Pd, Mdp e M5S quelle scene nel tribunale di Milano appaiono ancora più surreali. Come se finalmente ci fosse uno stacco tra l’Italia di ieri e l’Italia di domani. Si è perso tanto, troppo tempo prima di approvare quelle norme che certo non sono il massimo, certo sono una mediazione, certo potevano essere migliori.

Ci siamo arrivati, anche se in ritardo rispetto a molti paesi europei. E questa è l’ulteriore prova che il coraggio riformista, il coraggio di rispondere ai bisogni di un mondo che cambia, non dovrebbe fermarsi mai davanti a nessuna ragion di Stato. La storia di dj Fabo resta qui davanti a noi come un monito. E con la sua quelle di Welby, Eluana Englaro e dei tanti sconosciuti che hanno provato il dolore e la sofferenza di vivere in condizioni disperate. Se siamo arrivati a questa legge una parte del merito è anche il loro e di chi gli è stato vicino e ha combattuto e non si è arresto.

Sono quelli che sfilano in tribunale a Milano. Come Marco Cappato, che forse sarà condannato, ma che dobbiamo ringraziare perché di italiani così ha bisogno l’Italia. Di uomini e di donne che rischiano tutto pur di difendere la dignità umana e il diritto a morire quando la vita si è spenta negli occhi.